Interruzione di gravidanza, diritti della madre e del padre

Inviato da Lettore

Domanda :

Salve, tre anni fa mi è successa una cosa per cui vorrei chiedere il risarcimento dei danni.
Allora vado al punto, stavo insieme con la mia ex ragazza che era minorenne, era rimasta incinta e avevamo deciso di tenere il bambino ma siccome io ero via per lavoro i suoi hanno scoperto e l’hanno portata all’estero ad abortire senza il mio consenso ma siccome ero via non potevo farci nulla, era un problema anche l’età, 18 anni appena compiuti. Ora non sto più con la ragazza, ci siamo lasciati proprio per quello, ma diciamo che ora capisco meglio le cose secondo me ed è stato fatto un reato per cui devo essere risarcito.

Risposta :

Gent.mo, In Italia la legge di riferimento in tema di I.V.G. (interruzione volontaria di gravidanza) è la legge n. 194 del 22 maggio 1978. Innanzitutto, occorre considerare che, anche se la donna è minorenne, ciò che conta è esclusivamente l'effettiva volontà della stessa di portare a termine o meno la gravidanza. L’art. 12 della predetta legge 194/1978 infatti stabilisce che la richiesta di interruzione della gravidanza debba essere fatta personalmente dalla donna e – anche se, in caso di ragazze minorenni in attesa, richiede l’assenso delle persone esercenti la responsabilità genitoriale, – prevede anche che, nei primi 90 giorni, qualora vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione dei genitori, o questa non dia esito univoco, o sia negativa o impossibile, la minore può rivolgersi al consultorio o alla struttura socio-sanitaria o al medico di fiducia, i quali, valutato il caso, possono investire della questione il Giudice Tutelare. Il compito del Giudice tutelare è esclusivamente quello di consentire alla minore di decidere in merito all'interruzione della gravidanza, verificando l'effettiva consapevolezza in capo alla ragazza della scelta da intraprendere, e non può, invece, esprimersi autonomamente a favore o contro l’aborto, sostituendosi nella decisione alla futura madre. La Corte costituzionale sul punto ha preso una posizione netta nella decisione 19 luglio 2012 n. 196, precisando come il compito affidato al Giudice tutelare sia quello di “autorizzazione a decidere”; un compito che: “non può configurarsi come potestà co-decisionale, la decisione essendo rimessa […] soltanto alla responsabilità della donna”. La legge insomma tutela il diritto della madre all’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento, in piena liberà di autodeterminazione. E neppure viene in considerazione il diritto alla paternità del padre del concepito: una donna ha diritto di interrompere la sua gravidanza entro i primi 90 giorni senza che il padre del concepito possa intervenire sulla decisione né opporsi. L'articolo 5 della legge suddetta 94/1978, infatti, prevede (ai commi 1 e 2) la presenza dell'uomo nel consultorio, nella struttura sanitaria o presso il medico di fiducia ai quali si rivolge la madre, solo nel caso in cui quest'ultima vi acconsenta. Quindi, pur riconoscendo l'importanza del padre del concepito nel percorso che porta una donna alla scelta di interrompere la gravidanza, tale norma non permette allo stesso di ostacolare un simile percorso e lascia l'ultima parola alla madre. Nel merito, storica fu la sentenza emessa dal tribunale di Monza, che diede torto a un marito che, dopo l'aborto deciso dalla moglie senza consultarlo, aveva chiesto la separazione per colpa della donna e il risarcimento dei danni. Ciò che l'uomo chiedeva fosse riconosciuto dalla legge era il suo diritto alla paternità, che avrebbe imposto alla donna, a suo parere, di dover tenere conto delle sue ragioni eventualmente contrarie. La sentenza, rifacendosi a una sentenza della Cassazione del novembre '98, individua nella donna l'unica titolare del diritto di interrompere una gravidanza, ritenendo di alcun peso la volontà del marito o del padre naturale in questione. Alla luce di quanto detto, a mio parere non vi sono elementi fondanti una richiesta risarcitoria in suo favore. Cordiali saluti Avv. Francesca R. Passalacqua