Come Castruccio Castracani devastò la Piana (1)

Negli ultimi anni periodicamente al castello di Calenzano si tiene una bellissima manifestazione in abiti medioevali, con tanto di balestre e armature, per rievocare l’assedio di Castruccio Castracani. Ma chi era costui, e di che episodio si tratta? Facendo brevi ricerche si può dire che Castruccio fa parte di quella schiera di personaggi davvero notevoli che hanno fatto la storia della nostra Italia, e che purtroppo, se non altro per quantità sono rimasti un po’ dimenticati. Cavaliere di ventura vissuto dal 1281 al 1328, Castruccio Castracani degli Antelminelli, lucchese, fu assoluto protagonista delle prime lotte tra signori italiani agli inizi del 1300, quando ancora vigevano i Comuni. Fu ghibellino bianco, nemico giurato dei guelfi, ma anche dei ghibellini neri (e per questo pare citato nell’inferno da Dante). Fu campione di tornei, battaglie e duelli d’onore tra Inghilterra e Francia, fu prima seguace e poi nemico esiliato di Uguccione, signore di Lucca; poi direttamente signore indiscusso della lucchesia, che dominò per 15 anni, secondo alcuni con lungimiranza e giustizia, secondo altri con ferocia e tirannia. Certo portò lustri e splendori alla sua terra, che estese da Lucca a Pistoia fino all’attuale provincia di Prato, e terrorizzò i nemici schiacciandoli sia in battaglia campale che negli intrighi politici. Fu nominato duca dall’imperatore Ludovico il Bavaro, che gli concesse anche di aggiungere simboli asburgici nello stemma di famiglia; per aver seguito l’imperatore, la fronda ghibellina e l’antipapa Pietro da Corbara fu però scomunicato dal Papa Giovanni XXII; fu poi scomunicato una seconda volta per la rapina del tesoro della chiesa in San Frediano.

Castruccio Castracani fu un personaggio insomma che non stupirebbe ritrovare in qualche romanzone di Dan Brown o Ken Follett e in passato non sono certo mancati i cronisti e gli estimatori: tra gli altri Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, che nel 1823 gli dedicò un intero romanzo, e immancabilmente Machiavelli, che non poteva perdersi un simile principe e gli ha dedicato addirittura una biografia celebrativa. Dove il signore di Lucca viene così descritto: “Visse quarantaquattro anni, e fu in ogni fortuna principe […]E perché vivendo ei non fu inferiore né a Filippo di Macedonia padre di Alessandro, né a Scipione di Roma, ei morì nella età dell’uno e dell’altro; e sanza dubbio avrebbe superato l’uno e l’altro se, in cambio di Lucca, egli avessi avuto per sua patria Macedonia o Roma.”

Fatto sta che la guelfa Firenze, allora ricca città di 100mila abitanti, tra le più grandi e importanti di Europa, con lui rischiò grosso di essere distrutta.

Già nel 1315 Castruccio aveva partecipato alla battaglia di Montecatini, la prima grave sconfitta per i fiorentini nel XIV secolo, guadagnandosi il merito di esser il principale artefice della vittoria. Ma è nel 1925 che inizia il vero braccio di ferro tra Castruccio e Firenze, che soltanto per un pelo non viene conquistata.

Ne subì però le conseguenze la nostra Piana, che fu invasa e devastata.

Era il 25 settembre 1325 quando, conquistata già Pistoia, Castruccio sbaragliò le truppe guelfe fiorentine di 15mila fanti e 2500 cavalieri presso Altopascio. L’insalubrità del clima per la presenza di estese paludi, la corruzione e le risse, dopo 26 giorni di stazionamento avevano fiaccato l’esercito guelfo, che era arrivato stanco al giorno della battaglia vera e propria coi ghibellini. Secondo lo storico Giovanni Villani, il maggior storico della Firenze in età comunale, autore della Nuova Cronica, i lucchesi erano già vincitori dopo la prima carica di cavalleria, mentre i fanti fiorentini “storditi e ammaliati” furono travolti dalla loro stessa cavalleria che si dava alla fuga. Come dieci anni prima a Montecatini, le paludi furono la tomba per molti soldati di Firenze, uccisi o annegati in quegli acquitrini. Lo stesso generale delle truppe guelfe fu catturato e portato a Lucca con altri 500 suoi commilitoni. Firenze aveva perso sul campo 5000 uomini tra morti e prigionieri. A quel punto Castruccio, nominato come si è detto Duca dall’imperatore, sentiva di avere ora la strada spianata verso Firenze, rimasta di fatto priva di un esercito in grado di difenderla.

Continua.

Francesca Gambacciani