Come Castruccio Castracani devastò la Piana (2)

Dopo la battaglia di Altopascio del 25 settembre 1325, pronto a conquistare Firenze, Castruccio scelse Signa, che dal 1262 era rocca fortificata alle truppe guelfe, come luogo in cui porre il suo quartier generale. Il 29 settembre occupò tranquillamente borgo e castello, che secondo lo storico Villani erano stati lasciati in balia del nemico dai cavalieri fiorentini che “furon sì vili, che non ardirono a tagliare il ponte sopra l’Arno”. Per quasi sei mesi dall’accampamento di Signa Castruccio e il suo esercito tennero sotto controllo la valle e da lì partivano per compiere i loro attacchi.

Il 2 ottobre si era già spinto fino a Peretola, dove sorgeva già un piccolo borgo, facendo tremare di paura i fiorentini asserragliati dentro le mura. La Rocca di Campi Bisenzio resistette alla pesante incursione di Castruccio, ma non fu così per Capalle, dove all’epoca sorgeva un castello, di cui oggi rimane traccia solo con resti di mura inglobati nelle pareti di vecchie abitazioni. Il castello fu distrutto e saccheggiato e così la Chiesa, di cui rimase soltanto metà facciata, ancora oggi presente; una nuova chiesa poi è stata sopra quella riedificata.

Stessa sorte subì in quei mesi il borgo di San Donnino, e poi Brozzi, Careggi, Quarrata, Rifredi, San Mauro a Signa, e infine Calenzano a inizio novembre.

Così nella descrizione di Giovanni Villani nella sua “Nuova Cronica”: “Poi il sabato mattina, dì V d’ottobre, Castruccio si levò da Peretola, e arse tutta la villa e quello d’intorno, e presono e arsono il castello di Capalle e quello di Calenzano sanza riparo niuno, che que’ che v’erano dentro gli abandonaro […]E poi [Castruccio] a dì V di novembre cavalcò con sua oste, forse con VIIc cavalieri e MD pedoni, in Valle di Marina; e albergòvi una notte, faccendo grandissimo guasto. I Fiorentini sentendo com’era entrato in forte passo, e che i Mugellesi erano raunati a la Croce a Combiata per ripararlo che non passasse in Mugello, sì vi cavalcarono CC cavalieri e IIm pedoni per richiudergli il passo dinanzi di là da la pieve a Calenzano; e fatto l’avrebbono per lo stretto e forte luogo, se non che per ispie infino di Firenze gli fu fatto assapere; onde si ricolse e uscì del passo, anzi che la gente de’ Fiorentini vi giugnesse, e andonne a Signa a salvamento, e con gran preda, e con CXXX pregioni; e a più dispetto de’ Fiorentini fece battere moneta picciola in Signa co la ’mpronta dello ’mperadore Otto, e chiamarsi i castruccini”.

Insomma, nella notte tra sabato 4 e domenica 5 novembre con una veloce incursione di 700 cavalieri e 1500 fanti, risalì la Val Marina e conquistò il castello di Calenzano devastandolo, saccheggiando l’abitato e distruggendo buona parte della cerchia di mura. A Signa, nel suo quartiere generale, faceva intanto battere moneta come scherno dei fiorentini, come a dire, “altro che fiorini, ora la moneta la faccio io, i castruccini”. Né fu l’unica goliardata minacciosa verso Firenze. Un palio fu fatto correre a delle prostitute sotto le mura di Firenze come segno di ingiuria, e una notte i ghibellini come prova di forza si spinsero indisturbati fin sotto a porta al Prato, sulla quale attaccarono un proclama dove si diceva che avrebbero potuto prendere la città in qualsiasi momento. L’11 novembre, giorno di san Martino, la città natale di Lucca gli dedicò un corteo in cui fu fatto sfilare il carroccio, simbolo dell’unità comunale, che era stato sottratto ai fiorentini, e lo stendardo col giglio di Firenze capovolto in segno di sconfitta. Tuttavia il condottiero non arrivò mai a prendere la città gigliata. In parte sapeva che in quel momento ancora sarebbe stato azzardato dare inizio ad un vero e proprio assedio perché le sue truppe, formate da lucchesi, pisani e tedeschi, non sono ancora sufficientemente numerose. Inoltre, colpo di fortuna per Firenze, fu chiamato a Roma per assistere all’inconorazione dell’Imperatore Ludovico che lo nominò nientemeno vicario per l’Italia.

Tornato in Toscana, Castruccio ormai reggente d’Italia studiò un progetto da far invidia agli ingegneri di Bilancino: allagare Firenze bloccando il corso dell’Arno a Lastra a Signa, alla gonfolina. Per fortuna il progetto creava più problemi del previsto, e ancor più fortunatamente una insurrezione nel pistoiese lo richiamarono in quell’area, a sedare la rivolta. Abbandonando l’accampamento di Signa però, già che c’era, non mancò di distruggere completamente borgo e castello e di farsi “terra bruciata” alle spalle, come avrebbero detto secoli dopo, abbattendo anche il famoso ponte sull’arno in modo da bloccare oltre il fiume le truppe fiorentine.

Nel 1327, quando arrivò la scomunica del papa all’imperatore Ludovico e di conseguenza a Castruccio, i due decisero che Firenze doveva essere distrutta. Per provvidenziale colpo di fortuna (o per studiato avvelenamento) Castruccio si sentì male e il 3 settembre 1328 morì a Lucca. Dopo aver devastato mezza Toscana, compresa la Piana, non riuscì mai a distruggere la città gigliata.

Lucca, sua città natale e sua signoria da lui arricchita, lo pianse con un corteo funebre regale e bandoni neri alle finestre. La scomunica non aveva impedito a Castruccio di chiedere e ottenere funerali religiosi e fu sepolto con tutti gli onori nella chiesa di San Francesco. Qui una iscrizione latina ne ricorda le grandezze della sua vita, ma anche i molti, moltissimi peccati.

Francesca Gambacciani