“E piove piove…” un racconto sull’alluvione di Firenze

Era il 4 novembre 1966 quando il fiume Arno inondò Firenze. In ricordo di quella tragedia ecco un racconto di Francesca Gambacciani

E PIOVE PIOVE…

Si accorse subito che qualcosa non andava. Prima ancora di poggiare i piedi giù dal letto, prima di arrivare a toccare le pantofole, i suoi piedi si ritrovarono circondati da qualcosa di freddo e di bagnato. Era come se il pavimento fosse stato inondato d’acqua. Il pavimento era inondato d’acqua. “Ma porc…” Il torpore del sonno se n’era già andato del tutto; gli occhi un attimo prima ancora abbottonati se ne stavano spalancati – inutilmente, tra l’altro, visto che ancora era buio pesto. In un’altra situazione, in un’altra notte, si sarebbe mosso con estrema abilità nel buio della sua camera riconoscendo  a memoria la disposizione dei mobili. Ma, ritrovandosi coi piedi a mollo nell’acqua ghiaccia, il pigiama ormai zuppo fino alle ginocchia, senza sapere ne’ perché ne’ cosa fare al riguardo, iniziò a sbattere contro ogni oggetto nella stanza, anche contro quelli che non ricordava di avere. Furibondo, iniziò a dirigersi a gran passi verso la porta, sciaguattando e inciampando e imprecando.
Perché non aveva acceso l’abat jour sul comodino? Troppo tardi. Ormai poteva solo bestemmiare. Scoprì presto che tanto la luce non funzionava; l’interruttore accanto alla porta scattava a vuoto. “Rossella! Rossella!” Chiamò la moglie, che dormiva nella camera accanto. Camere separate per assicurare ad ognuno dei due il degno riposo – soprattutto alla moglie, che non doveva così sopportare rientri tardi dal lavoro né quel sonoro e insopportabile russare. Questa, almeno, era la scusa ufficiale.
“Rossella, porcacc, si è rotto un tubo!”
Mentre gridava, gli parve intravedere che dagli scurini filtrasse un po’ di luce. Annaspò verso la finestra. Spalancò scurini, vetri, persiane; fuori c’era già un po’ di luce, anche se doveva essere ancora presto, e comunque il cielo era grigio – difficile, del resto, ricordarsi l’ultimo giorno in cui non era piovuto.  Sotto, la città era uno spettacolo semplicemente impressionante: come se un camion dello spurgo pozzi neri avesse inondato di acqua e merda le strade. Una marea fangosa scorreva in un incessante scroscio, trascinando via auto, pezzi di legno, carcasse di oggetti non ben identificati. Sul terrazzo della casa di fronte, i suoi dirimpettai gridavano qualcosa.
“Ma cosa..” La voce di sua moglie alle sue spalle lo fece trasalire e si voltò. Lei se ne stava in vestaglia, dritta sulla porta, guardando un po’ lui, un po’ l’acqua per terra. Nonostante così poco vestita, coi capelli neri sciolti e scarmigliati sulle spalle semiscoperte, fosse sempre uno spettacolo di sensualità notevole, in quel momento –con gli occhioni spalancati e le due mani sulla bocca in segno di costernazione, a Remo fece l’effetto di una bimba che si sveglia nella notte e piagnucola che ha bagnato il letto.
“Remo, ecche diamine stà succedendo?” Rossella si precipitò verso la finestra, guardò fuori, poi si voltò. “E’… il diluvio universale!”
“No. E’ l’Arno. PORCO CAZZO, è l’Arno!” La terribile verità gli penetrò la testa con le sue stesse parole, e fu capace di scuoterlo dall’intontimento. Iniziò ad agitarsi come una furia sciaguattando per la stanza in cerca dell’impermeabile, gli stivali, qualcosa per uscire – andare dove, in realtà, non lo sapeva neanche lui. Perché se l’acqua era arrivata fin lì, a casa sua, al primo piano del palazzo, come poteva sperare di trovare qualcosa del negozio – e il magazzino! Il magazzino! – in Lungarno alle Grazie. Quando fu vestito – pochi minuti e qualche rosario di bestemmie più tardi – si guardò intorno, ma non vide sua moglie. La trovò in camera sua, che cercava anche lei freneticamente qualcosa. Remo ebbe un moto di comprensione e solidarietà, almeno finchè non la vide trovare quello che cercava- le sigarette, e accendersene una con evidente soddisfazione. Fece anche “ahhhh!” tirando un paio di boccate, e si sdraiò sul letto stiracchiandosi. Ancora una volta Remo si trovò a domandarsi perché diamine l’avesse sposata. “Non c’è che dire caro, una festa della Vittoria davvero originale! Buon 4 Novembre!”.
Remo si ricordò: era stata colpa di suo fratello.
***

Erano passati soltanto cinque anni da quella fatidica mattina in cui aveva discusso con suo fratello. O meglio, era suo fratello che aveva discusso con lui. Seduto in poltrona, con aria un po’ irritata, ma a tratti sorniona, Remo tamburellava con le dita sui braccioli in pelle, mentre suo fratello Alberto sbraitava camminando avanti e indietro per il salotto. Ogni tanto gli si piantava davanti e lo additava con l’indice ammonitore. “Guarda Remo no, davvero questo no!”. Alberto era solito fare scene come questa. Era il fratello minore, sì, ma il più saggio, maturo e posato; aveva studiato, era diventato avvocato nei tempi previsti, si era sposato né troppo tardi né troppo presto, aveva avuto tre figli all’età giusta e ora si apprestava a maritarli. Mentre Remo… mamma mia! Certo nel commercio ci sapeva fare, aveva saputo far fiorire la ditta di stoffe di famiglia a livelli mai visti, ma che razza di vita aveva condotto fino alla sua età – 48 anni signori, mica un ragazzino. “I soldi ce li hai – gli diceva Alberto- i tuoi sfizi te li sei sempre levati, le donne non ti sono mai mancate. Ma, dico io, ora mi sembra che stai esagerando . Credi di essere ancora un rubacuori, ma guardati, hai già i capelli bianchi, i colpi di testa alla nostra età – alla tua età – non si fanno più”.
“Allora – fece Remo con finta aria ingenua – sei contento che abbia deciso di mettere la testa a posto e sposarmi con una brava figliola?”
“Ma porc…. Mmmm, non mi far bestemmiare, che lo sai a mia moglie non piace! E non mi far dire certe cose della tua “brava figliola”….. Se fossero ancora vivi la mamma e il babbo, che cosa non direbbero…. Rossella è più giovane di te di 20 anni, 20 anni esatti, te ne rendi conto? Ma suvvia! Ma a cosa pensi che aspiri? Al vero amore? Ma fammi il piacere!”
“Probabilmente alla stessa cosa a cui aspirano i tuoi figlioli, una volta che sarò morto – fece Remo con estrema tranquillità – solo che la morale e il diritto di famiglia mi impediscono di ricevere dai tuoi figlioli altrettante belle cose”.
“Ecco, la butta sul cinismo lui! Lo sai bene che non è così, che io e la mia famiglia parliamo per il tuo bene”.
“Lo so, lo so Alberto, scherzavo. Ma almeno finchè non mi farete interdire, la mia vita me la scelgo io”.
“Guarda Remo, eh, che questa volta non scherzo. Se te la spsi, dovrai vedertela con me. Ti metterai contro tutta la famiglia, darai scandalo, ma cosa penserà la gente? Ma non lo vedi che mi fai uscire dai gangheri? Ma soprattutto… mi dai un grande dolore”
Ancora in realtà Remo non ci aveva pensato sul serio, ma quello stesso pomeriggio domandò a Rossella di sposarlo e lei disse di sì.
***

Mentre sua moglie fumava sul letto, Remo ciabattò fino al pianerottolo, guardò l’acqua mista a nafta che inondava completamente le scale – tutto il piano inferiore, dunque – scosse la testa e tornò in camera sua. Aprì il primo cassetto del comò, estrasse l’ultima scatola in fondo – una scatola di latta da biscotti – l’aprì, guardò a lungo il contenuto, se la rigirò tra le mani, poi la richiuse, la rimise al suo posto e rinfilò il cassetto.

***

“L’avevo detto, io, che era meglio il lavaggio a secco!”. Ecco: il Fanciulli con le sue battute proprio non ci voleva. Il negozio e il magazzino di Remo semplicemente non esistevano più; la vista di rotoli di stoffe, motose e accenciate ovunque, gli faceva venire voglia di piangere.
Il mobilio di legno massello, antico e di valore, era completamente distrutto. Già quello sarebbe stato un danno ingente, anche se non irreparabile, per le sue finanze. Ma perse le stoffe, era perso tutto.
“Hai di molto da ridere Fanciulli: non lo vedi che hai perso il lavoro?”
Il commesso gli sorrise: “Non ci pensi, e guardi di spalare”.
Spalare era l’attività principale di tutta la cittadinanza in quei giorni. Anche Remo non faceva altro che spalare; spalava in casa, assieme ai vicini e alla governante – sua moglie ogni tanto dava una mano, quando c’era e non era impegnata a fumare. Spalava per strada, nel cortile, nella piazzetta adiacente. Spalava nelle case dei vicini, per dare una mano. E spalava in negozio, e questa era la parte peggiore.
Decise di andare a trovare suo fratello, che abitava a Fiesole – ancora non lo aveva sentito, anche se aveva mandato a dirgli che stavano bene, o quantomeno erano vivi.
Traversare la parte bassa della città non era impresa semplice; ovunque era ingombro di auto semidistrutte, mobilio, oggetti di varia natura e dimensione. Ogni tanto spuntavano qua e là dalla melma orridi arti, appartenenti in realtà ai manichini che l’Arno aveva preso dai negozi e trascinato in giro, ma che facevano sempre il loro effetto, e si gridava al morto.
Inoltre, per aiutare a svuotarle, abitanti e volontari avevano finito per ostruire le strade con la loro presenza. Passando nei pressi della Biblioteca Nazionale, Remo si era fermato ad ammirare le studentesse – faccette carine, parlate straniere o accenti esotici del nord Italia, qualche fisico davvero davvero notevole – e si era ritrovato a chiedersi come una persona di cinquanta chili con due braccette esili che sposta un libro qua e là ogni mezz’ora potesse essere considerata un valido aiuto. Certo erano carine come angeli – e nel fango erano nel fango, questo è sicuro – sicché la definizione non poteva essere del tutto sbagliata.
Finì per chiedere un passaggio ad una camionetta dei militari che saliva verso le coline, in modo da evitarsi la scarpinata fino a casa di so fratello.
La prima ad avvistarlo fu l’anziana domestica, che gli gettò le braccia al collo piangendo come una fontana, mentre la cameriera arrivò subito con la sua vocetta ansiosa a chiedergli come stava lui, “e la signora? e la loro governante? e i vicini? e il fruttivendolo in piazza?…”
Suo fratello, la moglie e i figli si scomposero molto meno – “ah, l’aplomb britannico” pensò Remo, anche se fratello e cognata erano fiorentini come lui. Lo riempirono comunque di dolci, liquori e carinerie, nel salotto accanto al fuoco, che meraviglia. Finalmente, potè parlare a tu per tu con Alberto.
“Te la faccio breve: sono rovinato, il negozio è distrutto, pressoché tutti gli oggetti di valore che avevo sono andati via con la piena. Ma questo passi; è che ho perso tutta la merce, se n’è andata in merda, fisicamente. Si tratta di milioni, ma soprattutto, era quasi al cento per cento in conto da pagare ai fornitori. Niente vendita, rimane il debito. Ancora la città è semi isolata, e si contano i danni, e si piangono i morti e tutti piagnucolano e si stringono in abbracci di solidarietà…”
“Vedo che sei sempre il solito cinico” – osservò Alberto sorridendo.
“Realista. Comunque, dicevo: ancora l’ondata non è stata smaltita. Ma una volta che la situazione sarà tornata un po’ più normale, qualcuno verrà a battere cassa”
“Remo… ancora le strade devono finire di asciugare, e te stai già pensando agli affari? Lo so, lo so, sei sempre stato in gamba per questo, il nervosismo ti divora, le rotelle in testa non smettono mai di girare. Ma hai passato una brutta vicenda. Calmati, riposati, riprenditi”
“Come faccio a riposarmi? Come ti ho detto, giù siamo immersi nella merda, davvero, non per metafora”
“Dai- Alberto tirò un sospiro, poi si decise e sorrise- venite a stare qui te e … Rossella. Venite a stare un po’ con noi, vi riposate, poi con calma, tra qualche giorno, ne riparliamo”
“Alberto, mi devi fare un prestito”
“Tra qualche giorno, con calma, ne riparliamo”
“Ne parliamo ora. Sei mio fratello, mi devi aiutare. Devi”.
Alberto sembrava pensieroso. “In effetti, il patrimonio della nostra famiglia è in pericolo, hai ragione. Qualche azione dovrà essere intrapresa”
“Oh… che cazzo dici Alberto… niente stronzate. Non vorrai venire a metter bocca negli affari miei? E’ vero che la ditta era del babbo ma”
“Dai, non ne parliamo ora. Tra qualche giorno Remo, con calma”
A Remo il tono di Alberto non piaceva per niente. Si alzò lentamente guardandolo negli occhi “Alberto… ci vediamo” E se ne andò.

***
Era buio, ormai, quando giunse a casa. Nonostante l’umidità, l’aria non era fredda,  poi la camminata l’aveva accaldato. Doveva essere per forza quello a fargli sentire un senso di soffocamento – o no?
Salì le scale – sgombre adesso, ma ancora insozzate e opprimenti – e chiamò “Rossella!”. Lei non c’era. “Strano!” pensò.  Negli ultimi anni era raro che l’avesse trovata in casa e non fosse in giro a fare vita mondana, e l’alluvione non era ragion valida, evidentemente, per cambiare abitudini. Perché continuava a tenersela? Ah già, niente divorzio, in Italia. Avrebbero potuto vivere da separati, certo, ma te l’immagini che cosa non avrebbe detto la gente? E suo fratello! Inevitabile un suo: “Te l’avevo detto!” compiaciuto. No, no, per tutti, loro erano felici insieme. Che poi, insomma, erano così infelici? C’era stato un tempo – non molto tempo dopo che si erano sposati, a dire il vero – nel quale lei aveva avuto un via vai di amanti. A Remo questo era bruciato molto. Non che lui fosse mai stato un esempio di virtù o di fedeltà coniugale. Ma era una questione di orgoglio: la moglie che si era preso per togliersi uno sfizio non poteva ora usare i suoi stessi soldi per togliersi i suoi. Che rabbia! Cene fuori, vestiti, gioielli- e tutto per qualcuno che Remo immaginava immancabilmente il contrario di lui: giovane, bello e squattrinato. Poi la moglie aveva messo la testa a posto: si era fatta una sorta di fidanzato fisso, un commercialista che lavorava Oltrarno, piacente ma serio e soprattutto facoltoso. Questo almeno diceva il rapporto dell’investigatore privato.
“Perlomeno si spenderà i soldi suoi” aveva pensato Remo, quasi soddisfatto di aver trovato un buon partito alla moglie. Avevano continuato ognuno la propria vita, coi propri amori e i propri dolori,  condividendo il pianerottolo e pochi fugaci momenti della giornata, ed era sempre andata bene così.

Quel giorno però, pensò che era un  guaio non avere neanche un cane (per la verità non avevano neanche un gatto) ad aspettarlo a casa. Sentì persino la mancanza di Giuliana, la governante, che in quei giorni aveva da fare a casa sua a Campi Bisenzio – più di quattro metri d’acqua, gli avevano detto.
In camera, si mise a sedere sul letto e si prese la testa fra le mani. Si rialzò d’impeto, aprì il primo cassetto del comò, la solita scatola, e restò fermo lì col respiro sospeso e le mani che tremavano. Poi scosse la testa, richiuse tutto e si gettò sul letto.
Si svegliò ancora tutto vestito che era mattina presto. Si alzò e andò fuori. Si mise a vagare per la città devastata e ricoperta di melma.
Alcune ombre si muovevano furtive – ladri, in effetti, che razzolavano fuori e dentro le case. Aveva sentito dire che il carcere era stato evacuato, ma che quasi tutti i prigionieri, dopo essere stati ospitati dagli abitanti del quartiere, si erano poi riconsegnati. Di certo però, se erano furbi a quest’ora chissà dov’erano, non certo a rubacchiare lì in giro. Remo si domandò se non sarebbe finito anche lui a fare lo sciacallo –se non era forse il caso di iniziare proprio in quel momento.
Guardò tra i rottami alla sua destra ma, a parte una testa di madonna di gesso senza busto, niente di interessante.
Vagava per la città senza sapere dove andare. Forse, da Lei… ma no, figuriamoci, senza cena e teatro che ci andava a fare, lo avrebbe trattato da miserabile. E quell’altra… Ma che donnacce di lusso che conosceva, travestite da signore di classe. Perché non si era sposato per tempo (e con una donna perbene?) Perché non aveva avuto dei figli? Se fossero stati già grandi, lo avrebbero aiutato spalare. Ora si sentiva le ossa e i muscoli dolenti, si sentiva stanco, vecchio, e solo. Perché non aveva dato retta a suo fratello? Rabbrividì. Eh no, questo mai.
Nonostante non ne avesse voglia andò in bottega, e passò il resto della giornata con il Fanciulli, a cercare di dare un ordine nel caos. Lavorare lo teneva impegnato, e gli faceva bene, e la presenza  del commesso gli metteva tranquillità, nonostante le sue battute. A una signora che era passata e aveva chiesto: “E  la merce?” lui aveva risposto “Si è ristretta”, e ogni tanto ripeteva: “Bah, un  pediluvio mi ci voleva proprio!”. Ma in fondo gli piaceva così. Il commesso, il negozio, la rete di clientela e fornitori- era qui tutta la sua vita, la sua vera famiglia. Un lavoro non è solo soldi. Anche se, senza soldi, lui non era nessuno. E’ avere un ruolo, un posto preciso nel mondo. E ora? Cosa sarebbe stato?
Se smetteva di distrarsi lavorando o chiacchierando, la testa gli tornava sui soliti pensieri. Quando il Fanciulli non lo guardava, si concedeva qualche lacrima, anche se il commesso tornava presto a disturbarlo.
A fine giornata tornò a casa stremato, ma si sentiva un po’ meglio. Salite le scale, trovò però lo stesso silenzio della sera prima. Nella malinconia, andò a cercare sua moglie in camera, anche se sapeva che non l’avrebbe trovata.
“Maccheccazz!…” Rimase di sasso. L’armadio era aperto, e mancavano pellicce e alcuni capi di alta sartoria. Dalla toiletta, dal comodino, dai cassetti aperti – gli ori, i gioielli, gli oggetti di valore che sapeva che Rossella possedeva- erano stati trafugati. Mancavano persino i due abat jour di porcellana di capodimonte. “Sciacalli bastardi!” corse in camera sua, ma restò ancora  più di sasso. Qui era tutto a posto, non mancava niente. Scoppiò a ridere fragorosamente, immaginando suo fratello che gli diceva “Te l’avevo detto, io!”. Se n’era andata. “Poco male, vorrà dire un pensiero in meno”. D’improvviso vide una luce in fondo al senso di sconfitta, di bruttura e di fango senza fine in cui si sentiva sprofondare. Non c’era altra scelta; ma questa volta si sentiva tranquillo. Pensò a sua madre, a suo padre, poi cercò di scacciare il pensiero. Aprì il primo cassetto del comò. “Maccheccazz… eh no, non è possibile!” La scatola non c’era. Picchiò forte coi pugni contro il muro: la disperazione aveva lasciato il posto ad una rabbia incontrollata. “Che succede con tutto sto trambusto là sopra?”. Incredibile. Era sua moglie che saliva le scale. Doveva essere visibilmente sconvolto, perché lei lo guardò con preoccupazione. “Tesoro, che hai?”
Remo stava per dire che credeva che se ne fosse andata, ma sarebbe stata una scena davvero troppo patetica per i suoi gusti. Cercò di controllare l’emozione. E di capire che diamine era successo. “Di là manca tutto. O sono stati i ladri, oppure…” “Oppure ho portato tutto da un amico per farlo valutare e rivendere.  Forse non te ne sei accorto, caro, ma qualche giorno fa c’è stata l’alluvione, abbiamo perso tutto. Non è il caso di tenersi i gingilli adesso”.
Remo guardò sua moglie, bella come sempre seppur vestita più semplicemente, e senza gioielli, la solita l’aria allegra e noncurante che la rendeva superba e insopportabile allo stesso tempo. Sospirando, Rossella andò in camera  a cercare una sigaretta. “Mi sono data da fare, sai, in questi giorni. Ho fatto qualche visita. Qualche amico avvocato, qualche amico in politica, qualche amico commercialista…” Remo sospirò: se l’immaginava, sì, l’amico commercialista. Sperando che anche gli altri non fossero così amici; meglio non sapere.
“E mi sono informata- continuava intanto lei-  Dicono che è probabile che lo Stato, in situazione d’emergenza, faccia erogare una somma ai commercianti a fondo perduto. Non tantissimo,ma abbastanza per ripartire. Non sei contento?”
Remo era veramente sorpreso. Così tanto che non si parlavano per bene, che si era scordato lo spirito di sua moglie. “Comunque caro, ho ritenuto opportuno iniziare a vendere qualcosa. Bisognerà pur tenersi a galla, no? Ehi, senza volerlo mi è venuta fuori una battuta!”
Lui intanto continuava a non capire. Lei non sapeva che nel primo cassetto del suo comò lui teneva
“Ah caro…. Non so come parlartene… Insomma, ho venduto anche la tua pistola. Il resto no, perché la roba tua non la tocco, ma quella poteva valere una bella sommetta, e poi suppongo ti sia piuttosto inutile, no?” Remo fece un sorriso stiracchiato. Rossella adorava fare la svampita, ma non lo era affatto. “Come sapevi che c’era? Io non te ne avevo mai parlato”. “Me l’ha detto tuo fratello, Alberto. Sono stato a trovarlo, e mi ha parlato della pistola, così”. “Sì certo. Ne avete parlato così, non perché eravate preoccupati”. “Preoccupati? E di cosa?” Rossella era davvero adorabile a fare la finta tonta.
“Sai Remo, tuo fratello ti vuole bene”. “Lo so, anche se pensa che sono un fallito. E forse ha ragione”.
Sua moglie si mise a ridere, con gli occhi neri che scintillavano.
“Remo… sarà anche tanto un brav’uomo ma dai… quando mai Alberto ha capito qualcosa nella vita?”
Remo sorrise e si ricordò perché l’aveva sposata.
Francesca Gambacciani