Il primo sciopero femminile fu nella piana: a guidarlo le trecciaiole

Fu una delle manifestazioni più grandi dell’Ottocento italiano, e forse il primo movimento femminile nel nostro paese. Fu lo sciopero delle trecciaiole, nel maggio 1896 a vedere le donne in sciopero scendere in strada e rivendicare i propri diritti al grido di “pane e lavoro”, cercando di bloccare l’allora importante industria della paglia anche con azioni di forza.

Tutto ebbe inizio il 15 maggio del 1896, secondo alcuni cronisti tra Brozzi e San Donnino, secondo altri a Signa o a Quarrata: quel che è certo è che le trecciaiole dichiararono uno sciopero che in breve tempo si allargò in tutti i 63 Comuni della provincia di Firenze, facendo esplodere l’intero comprensorio della paglia. Ma quali furono le cause? Innanzitutto in quegli anni nella Piana, come nel resto d’Italia, i mutamenti dei metodi di produzione e alcuni anni di carestia portarono parte consistente dei lavoratori ad abbandonare i campi per cercare impiego nell’industria e nella manifattura. Questo fu anche per le donne: figlie e mogli di contadini e mezzadri si offrivano di “fare la treccia”, arrivando a ben 85.558 trecciaiole nella Provincia nel 1895. Circa un terzo aveva meno di 15 anni.

Ovviamente l’aumento del bacino di lavoratrici disponibili fece abbassare il livello delle paghe. A questo andò a sommarsi la crisi generale dell’industria della paglia fiorentina. Fino a pochi decenni prima il cappello di paglia di Firenze aveva dominato il mercato internazionale, ma in quegli anni – ironia dei corsi e ricorsi storici – si era trovato in difficoltà per la concorrenza… dei cinesi. Sì, anche allora l’importazione dall’estremo oriente creava problemi, così come la concorrenza della manodopera a minor costo. La concorrenza poi spingeva a doversi inventare sempre qualcosa di nuovo: i “fattorini”, gli intermediari tra i padroni committenti e le trecciaiole, premevano per “trecce fantasia” e prodotti sempre più elaborati.

Quello che era un “lavoretto domestico”, qualcosa che poteva esser fatto a casa mentre si sfaccendava e si guardavano i bambini, o per strada, mentre si camminava e si chiacchierava, diventò un lavoro sempre di precisione, più faticoso e simile ai processi di produzione industriale. Si lavorava al chiuso tutto il giorno, spesso in locali poco illuminati e insalubri. Mentre le paghe continuavano ad abbassarsi; erano il 50% o 75% in meno rispetto a 10 anni prima, si arrivò a pagare 10-20 centesimi al giorno, salari talmente bassi che non permettevano nemmeno l’acquisto di mezzo chilo di pane. Una paga da fame nel vero senso dell’espressione. Ma organizzarsi in sciopero era per le donne difficilissimo perchè al timore del padrone si sommava spesso l’ostilità dei mariti e padri che non accettavano che la propria moglie o figlia scendesse in strada a protestare. Di fronte al peggiorare della propria condizione però si arriva al punto di non ritorno.

Tra il 15 e il 16 maggio tantissimi nuclei di lavoratrici incrociarono le braccia, lasciarono a terra le trecce di paglia destinate a dar vita ai famosi cappelli di paglia fiorentini, si riunirono in piazza e nelle strade chiedendo pane, diritti e un salario adeguato. La piana da Pistoia a Firenze, fu sconvolta dal tumulto delle donne in sciopero. Persone umili, molto spesso analfabete, abituate a stare in casa, che d’improvviso rivelarono una forza che non si poteva ignorare, e che arrivò anche a manifestazioni violente. “Barrocci” di fattorini pieni di trecce vennero ribaltati e dati alle fiamme, si registrarono conflitti con le forze dell’ordine, addirittura vennero bloccati e saccheggiati i tram a vapore per Firenze. Le donne, in tutta la piana, cercarono di bloccare la produzione nelle fabbriche, invitarono gli operai allo sciopero, a Sesto dovettero intervenire i carabinieri a cavallo mentre un corteo di donne e ragazzini sfondavano le vetrine dei fabbricanti a sassate e chiamavano alla protesta gli operai della Ginori. Intanto venne fatto circolare un volantino che invitava non soltanto tutte le trecciaiole, ma tutti gli operai ad unirsi “contro i capitalisti”. Sempre a Sesto, con l’aiuto delle trecciaiole agguerritissime di Signa, venne circondato il palazzo del Municipio, e solo le promesse di aumenti salariali fatte dalla Camera di Commercio di Firenze in rappresentanza dei fattorini e dei negozianti e annunciate dal Prefetto riuscirono a calmare per il momento le donne. Per questo episodio dieci trecciaiole furono arrestate e sottoposte a giudizio per “eccitamento allo sciopero”, e condannate a pene varianti da 7 a 42 giorni di reclusione; diverse altre donne furono arrestate in tutta la provincia. Ebbero però un avvocato difensore d’eccezione: Giuseppe Pescetti, proprio lui, il futuro deputato socialista (e quello della statua che da Sesto indica Monte Morello) che lavorò gratis per difendere le “buone trecciaiole” e le incitava intanto ad unirsi alla Camera del Lavoro di Firenze.

Le proteste continuarono per diversi mesi: la questione arrivò ai vari livelli istituzionali dove furono istituite commissioni d’inchiesta, ci furono dibattiti in Parlamento e titoli sulle colonne dei principali periodici del tempo. Vennero bloccate delle fabbriche, e le donne entrarono nelle stanze per accertarsi che nessun “crumiro” continuasse il lavoro; i gendarmi, i fabbricanti e i fattorini incontrati per strada venivano insultati e provocati al grido di “boia”! Ancora a settembre un corteo di donne partito da Signa e accresciutosi strada facendo, arrivò a Lastra provocando tumulti che costringono alla chiusura la celebre fabbrica Santini.

Per l’industria della paglia, la crisi verrà definitivamente superata ai primi del novecento, con la ripresa di domanda per il “cappello di paglia di Firenze”, e l’affermarsi del distretto della paglia nella zona del signese – un distretto che ha continuato ad essere produttivo fino agli anni ’50 e oggi raccontato dal Museo della Paglia e dell’Intreccio di Signa.
Per le trecciaiole però già tutto è cambiato; già nel corso del 1896 si vanno costituendo le prime cooperative e società di mutuo soccorso, che in ogni paese dell’area contano diverse centinaia se non migliaia di iscritte (addirittura 800 a Scandicci, 1.200 a Sesto), e che andranno a costituire il primo tessuto di aggregazione politico femminile e popolare.
In un’epoca dove solo una minoranza (e maschile) aveva diritto al voto nel nostro paese, la rivolta delle trecciaiole fu un evento storico che dimostrò la forza delle donne, anche le più umili, non solo come moglie e madri ma anche come cittadine e lavoratrici.

Fonti:
Ernesto Ragionieri, Storia di un Comune socialista,
Marta Quilici, E le trecciaiole scesero in piazza, http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2011/03/08/news/e-le-trecciaiole-scesero-in-piazza-1.2362826
Le trecciaiole
http://storia.scandiccicultura.it/cronologico/1896.htm

Francesca Gambacciani

(nella foto i cappelli di paglia custoditi al Museo della paglia e dell’intreccio di Signa)