Il prosciutto di Maino

Quando qualcuno si inerpica in sogni impossibili e irrealizzabili, i sestesi doc usano dire che sta pensando al “prosciutto di Maino”. Ma come nasce la storia di quel prosciutto?
Maino, all’anagrafe Guido Giorgi, era un giovane mingherlino, minuto, di statura bassa. Parlava con una voce che pareva frutto del solo palato. Aveva una sorella, Giorgia, che una mattina ebbe come compagna nella vicenda che l’avrebbe portato all’immortalità popolare.
Era la fine del 1940. Primo anno di guerra. Le cannonate erano molto lontane. Sembrava che non avrebbero neanche mai raggiunto le nostre latitudini. E se ancora c’era la convinzione che tutto sarebbe andato bene, la povertà e la fame erano l’afflizione dei più.
Maino e la sorella, non meno affamati degli altri, cominciarono a fantasticare sull’ipotesi di possedere un prosciutto. I due, seduti sul marciapiede davanti casa, si sbizzarrivano sui modi più disparati per usare quel “Bendiddio”: panini, minestra con le cotiche, prosciutto “abbrustolito”, insalate e chi più ne ha ne metta. Poi si trattò dell’osso del prosciutto, notoriamente parte prelibata e con la quale, all’epoca, si era soliti usare per “enne” volte per farci una sorta di brodo, quantomeno per insaporire l’acqua.
A quel punto le parole divennero grosse, dalle parole si passò ai fatti, tanto che i due fratelli si pestarono a sangue per avere un osso inesistente di un prosciutto che c’era stato solo nella loro fantasia.
Da qui l’uso di dire, a chi fa i cosiddetti “castelli in aria”, che sarebbe meglio stare con i piedi per terra.