Lanciotto Ballerini e Valibona (1)

CAMPI BISENZIO – Se settembre nei vari Comuni della Piana è il mese in cui viene celebrata la Liberazione dal nazi-fascismo, è l’occasione giusta per ricordare un eroe nazionale tutto campigiano, e una vicenda tutta calenzanese: Lanciotto Ballerini e la battaglia di Valibona. Su Lanciotto, alla cui memoria Campi ha dedicato una piazza in centro, lo stadio e una squadra di calcio, circolano libri, storie, raccolte di testimonianze; addirittura un libro a fumetti, promosso dal Comune. Leggendo qua e là viene restituita l’immagine di un eroe davvero “eroico”, forse fin troppo. Un’immagine così esagerata da far venire il dubbio sia stata “indorata” dopo la guerra, ma che non può essere del tutto falsa vista la mole di testimonianze, e la medaglia al valore conferitagli da morto. E forse lui davvero era così, eroe valoroso ma senza macchia, guerriero ma pacifista, con piglio da leader ma altruista.

Nato a Campi Bisenzio il 15 agosto 1911, figlio di macellaio, Lanciotto era il quarto di sette figli. Diventò un omone alto e grosso, atletico e con gli occhi azzurri, e già da ragazzo si era contraddistinto per coraggio e altruismo: lui, che era un abile nuotatore, aveva ripescato dal Bisenzio il corpo di un poveretto annegato e disperso e lo aveva restituito alla famiglia. Per il fisico era stato avviato al pugilato, divenendo un campioncino, ma aveva un rapporto controverso con questo sport perché era contrario alla violenza. Più che valoroso soldato, nella guerra d’Africa del 1936 aveva salvato la vita a tre compagni , ma la proposta di promuoverlo a sergente non ebbe seguito per aver diviso il pane con compagni di grado inferiore, cosa mal tollerata dalle gerarchie militari del campo. Nonostante ci fosse la dittatura, rifiutò sempre la tessera del Partito fascista, perdendo così la possibilità di trovare lavoro e sicurezza per sé e per la sua famiglia: i Ballerini (nel 1937 si era sposato e aveva una bambina) vennero segnalati come antifascisti.

Se tutto questo vi sembra troppo per una sola persona, sappiate che non finisce qui; chiamato a combattere in Grecia e Iugoslavia, Lanciotto non accettò di fare la parte dell’esercito invasore, e la sera spesso si allontanava di nascosto dal campo della divisione, prendeva una bicicletta e andava ad avvertire i paesi e i villaggi dell’attacco imminente, salvando così la vita a centinaia di donne, bambini ed anziani. Al fratello che lo metteva in guardia contro il rischio di fucilazione, rispondeva: “Non posso vedere uccidere persone innocenti, pensa ai nostri familiari, se si trovassero loro, nelle stesse situazioni…” .

Certo è che durante la guerra Lanciotto prese contatto con i partigiani di Tito, da cui era conosciutissimo e con cui ebbe molti scambi. Tornato in Italia, all’indomani della caduta di Mussolini scelse subito da che parte stare. E anche qui un aneddoto che ne svela il carattere deciso ma pacifico: il 27 luglio, diffusa la notizia dell’arresto del Duce (e pensando a torto che la guerra sia finita) anche nella piana la popolazione iniziò ad abbattere i simboli del fascismo e a entrare e devastare le varie Case del Fascio, ora deserte. A San Donnino però il maresciallo di San Piero a Ponti cercò di fermare i “vandali” puntando loro la pistola addosso. Lanciotto Ballerini, lì presente, senza scomporsi gli disse: “Un tunn’hai il cuore di sparare, vai via e pensa alla tua famiglia, che unn’è il caso di prendere le difese dei fascisti”, e tranquillamente gli prese la pistola di mano, e quello se ne andò. Lanciotto era già inserito nel movimento clandestino antifascista e alla notizia dell’Armistizio l’8 Settembre, iniziò ad organizzarsi. La sera del 15 settembre 1943 guidò un manipolo di uomini su per l’alveo della Marina fino a Monte Morello. Lanciotto Ballerini fu il comandante di una delle prime formazioni partigiane costituitesi in Toscana, la Formazione Garibaldi d’assalto “Lupi Neri”, costituita anche da alcuni stranieri: uno scozzese, un serbo, un croato, un ucraino e un russo.

(continua)

Francesca Gambacciani