Macché dischi volanti: ecco perché si dice “A ufo”

Dopo il “toni” (http://www.piananotizie.it/curiosita/chi-si-mette-il-toni/), proviamo a trovare l’origine di un’altro modo di dire diffuso soprattutto nel fiorentino, ma presente in altre varianti anche nel resto d’Italia: “a ufo”. Inteso non come dischi volanti, ovviamente, ma come gratis. La storia più conosciuta, data per buona addirittura dal sito dell’opera del Duomo, è che l’espressione derivi dalla scritta posta sui materiali – marmi, legname ecc. – spediti da tutta la Toscana a Firenze proprio per la costruzione del Duomo: sul marchio era scritto “A U.F.O.”, che significava “Ad usum Florentinae Operae” e quindi esente da tasse e dazi.

Secondo altri invece l’origine è diversa, ma sempre molto antica: sin dalla Repubblica fiorentina, gli uffici di governo fiorentini apponevano sulla corrispondenza la sigla Ex Uffo, che la rendeva esente da spese postali. Un autore seicentesco, citato anche in una delle prime versioni del dizionario della Crusca, scriveva infatti “Affinchè tali lettere, le quali non si pagano, si possano distinguere da quelle che si pagano, scrivono nella soprascritta ex ufficio, ma l’abbreviano scrivendo ex uffo, ed i tavolaccini o donzelli che le consegnano non leggono se non ex ufo… Di qui è nato questo detto a ufo che vuol dire senza spesa”. Se queste etimologie vi sembrano fantasiose (il dizionario Treccani ad esempio le rifiuta tutte), alcuni farebbero derivare il modo di dire dall’ebraico efes, gratuitamente, tramite il latino offa; altri dal germanico ufjô per abbondanza o dall’allemanno uf per superfluo, senza valore, senza costo, fino alla ricostruzione che vuole A.U.F. derivare da Augustus Fecit, scritta fatta apporre dagli imperatori, nel periodo di ferragosto (feriae augusti), in luoghi appositi, dove il popolo poteva mangiare e bere gratis.

La storia del Duomo invece non dev’essere del tutto falsa se in più parti d’Italia tutti hanno avuto la stessa idea: secondo Giuseppe Gioachino Belli ad esempio il termine originario, Auffa, romanesco per “gratuito” e derivante dalla sigla AUF, veniva posta sui materiali edilizi destinati alla fabbrica di San Pietro (ad usum fabricae operis, nel senso di “Opera di S. Pietro”), in modo che passassero il Dazio gratuitamente, senza pagare imposte. Addirittura nel nord Italia si sarebbe diffuso con la costruzione del Duomo di Milano, i cui blocchi, provenienti dalla Val d’Ossola via fiume, recavano appunto la scritta AUF o Ad UFA con il significato di Ad Usum Fabricae Ambrosianae.

Quale sia l’origine, sicuro è che l’espressione, col significato di gratis, a sbafo e talvolta di inutile, senza utilità (“lavorare a ufo”) era conosciuta e diffusa almeno sin dal seicento. La riportano infatti i primi dizionari dell’Accademia della crusca che la segnano come gergo popolare; la si trova in un libro dell’epoca, il “Malmantile racquistato”, poema di Perlone Zipoli (“Chi dal compagno a ufo il dente sbatte” cioè chi scrocca la cena a casa d’altri) e poi in vari testi tra cui “Pinocchio” e “I promessi Sposi” (“per non mangiare il pane a u., avevan voluto essere impiegate ne’ servizi”) , e la diffusione continua fino ad oggi, a Piananotizie che, si potrebbe dire, per i lettori è “a ufo”.

Francesca Gambacciani