Quando nella Piana c’era anche Brozzi

Forse non tutti sanno che buona parte dell’area della Piana, fino ameno di 100 anni fa, ricadeva sotto i confini amministrativi di un quinto comune, poi soppresso per volere del Duce e suddiviso nei vari comuni vicini. Si tratta di Brozzi, che ancora conserva, lungo l’alberata piazza Primo Maggio, il vecchio municipio ottocentesco (oggi sede di un asilo privato). Il borgo, che qualche anno fa è stato oggetto di alcuni interventi di recupero urbano, è stato comune fino al 1928 e aveva un’importanza e un’estensione niente male: con un totale di 16 Km quadrati si snodava lungo l’attuale Pistoiese da Novoli, all’incirca all’imbocco dell’Indiano, fino a Lecore, e comprendeva appunto il vecchio borgo di Brozzi, Peretola, Quaracchi, Osmannoro fin oltre San Donnino. Anche la storia è molto antica, come testimoniano le pievi di San Martino e san Donnino: i primi scritti che ne parlano sono del nono secolo dopo Cristo, con documenti datati in Quaracchi nell’anno 866, mentre la pieve di Brozzi è citata in una bolla di Gregorio VI del 1046. Nell’ottobre 1325, anche queste terre furono oggetto della devastazione di Castruccio Castracani, signore di Lucca, e la sua armata. Nel Seicento dette i natali a un personaggio illustre quanto controverso: tenetevi forte, si tratta di Sesto Cajo Baccelli, astrologo e cabalista detto non a caso “lo Strolago di Brozzi”, sì, proprio quello dell’almanacco-lunario per la semina, “Il vero Sesto Caio Baccelli-Guida dell’agricoltore”. La popolazione di Brozzi, diverse migliaia di persone tra le varie contrade già nel 1500, viveva principalmente di agricoltura, essendo il terreno paludoso assai fertile, in minor misura di pesca dei granchi e quella dei gamberi lungo i fossi e i canali. Ma fu nel 1800 che ci fu un vero boom, con il raggiungimento di circa 10mila abitanti, il raddoppio delle abitazioni e un completo cambiamento negli stili di vita grazie all’espandersi dell’industria della paglia. Brozzi, San Donnino e tutte le contrade che costeggiavano l’Arno lungo la “via regia” per Firenze furono protagoniste del fiorire delle fabbriche di cappelli di paglia e dell’arte dell’intreccio. Furono anche comunità al centro della grande rivolta delle trecciaiole del 1896, di cui abbiamo scritto su Piananotizie (http://www.piananotizie.it/curiosita/il-primo-sciopero-femminile-fu-nella-piana-a-guidarlo-le-trecciaiole/). Area popolana, a fine ‘800 non mancò di distinguersi per le lotte politiche e sindacali e divenne presto roccaforte “rossa”: nel 1909 fu eletto un sindaco socialista nella persona di Giuseppe Ceramelli e il comune venne retto da amministrazioni di sinistra fino al 1923, quando fu preso dai fascisti. Nel 1921 addirittura si ebbe un consenso così forte per il neonato Partito comunista che questo divenne partito di maggioranza relativa con circa il 36% dei voti, anche se le redini del Comune rimasero in mano al Partito socialista.
E qui si arriva alla data fatidica, il novembre 1928, quando con decreto 2562 si stabilì la soppressione del Comune. Brozzi contava allora circa 12mila abitanti. Il suo territorio fu spartito tra Firenze (da Novoli a Brozzi e Quaracchi) Sesto Fiorentino (che acquisì l’Osmannoro), Campi Bisenzio (tutta la parte di San Donnino e limitrofi) mentre l’ultima punta nelle campagne di Lecore venne attribuita al Comune di Signa. Come mai questa decisione? Si trattava di un ampio disegno di riassetto dei confini amministrativi locali che riguardò tutta l’Italia fascistizzata. Il riordino interessò nell’area fiorentina ad esempio anche Scandicci, il Galluzzo (che era Comune e divenne borgo di Firenze), Sesto Fiorentino, che perse quartieri importantissimi come Novoli e soprattutto Castello. Se forse c’erano anche ragioni politiche nello smembrare comuni e quartieri troppo “rossi”, c’era anche nel disegno mussolinionano la volontà di creare città capoluogo più grandi, moderne, organizzate e -perché no- che almeno sulla carta risultassero più popolose e prestigiose. Brozzi, come Comune, fu dunque soppresso, anche se a degradarne l’aspetto e il tessuto sociale negli ultimi decenni non sono stati tanto gli spostamenti dei confini amministrativi quanto gli enormi stravolgimenti sia sociali che urbanistici. Come in tutta quanta la Piana, del resto. Peccato che niente sia servito a cancellare quel vecchio detto ancora piuttosto noto che recita: “Brozzi Peretola e Campi, la peggio genìa che Cristo stampi”.

Francesca Gambacciani