SESTO FIORENTINO – Quella notte la pioggia si era intensificata. O così sembrava. Erano giorni in cui le nuvole grigie avevano scaricato acqua sulla città gonfiando l’Arno all’inverosimile. Qualche allagamento si era verificato nelle cantine. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre l’Arno crebbe a dismisura e vomitò la sua rabbia rompendo gli argini e l’ondata di piena entrò a Firenze alle prime ore dell’alba senza risparmiare niente. L’acqua non si curò dei confini e trovando spazi aperti si spinse fino all’Osmannoro, allora, nel 1966, ancora un’area prevalentemente rurale, diventando, in quelle ore un grande lago. La Piana fiorentina si era risvegliata circondata da acqua che aveva raggiunto anche San Donnino. Sesto di quelle tragiche giornate ricorda i racconti di chi, lasciata la casa a Firenze si era ritrovato nella città della Ginori, la fabbrica di porcellane, accolto da parenti e amici. I ricordi familiari di ognuno riemergono ogni novembre da sessanta anni perché l’alluvione di Firenze resta indelebile nella mente. La casa dei miei suoceri a Sesto Fiorentino era diventata un punto di riparo per gli altri famigliari che abitavano a Firenze nella zona de Le Cure. Lì, il Mugnone aveva esondato e aveva invaso cantine e magazzini. Le case dei sestesi erano diventate un punto d’approdo per chi aveva perso il lavoro e non riusciva a tornare a casa. Si stava insieme, ci si riuniva, si aggiungevano i posti a tavola e si condivideva il pranzo e la cena, si cercava di far giocare i bambini, si ascoltavano i racconti e si vedeva la paura negli occhi di chi si sentiva un naufrago.
I paesaggi si erano trasformati, erano scomparsi i confini, i palazzi e le grandi strutture erano state strangolate dal fiume, le costruzioni più basse completamente spazzate via, i campanili emergevano dall’acqua come braccia alla ricerca di un soccorso. Braccia e mani allungate verso il cielo. Una richiesta di aiuto ovattata e silenziosa. Le immagini che oggi compongono la mostra sono tutte in bianco e nero, ma i ricordi per chi in quelle giornate c’era sono a colori, intensi, vividi, accesi, ancora pulsanti. Quello che resta è un rumore sordo e felpato. Insieme al fango. Insieme agli angeli. Insieme allo stupore e alla disperazione. Ancora oggi, sessantasei anni dopo, l’alluvione di Firenze resta una ferita aperta, ancora tremante e non solo nei fiorentini, non solo in chi ha visto in un momento scivolare via con l’acqua pezzi della propria vita, ma anche in coloro che hanno aperto le proprie case per accogliere “gli sfollati” degli anni del boom economico. Dopo quell’esperienza è cambiato anche il modo di guardare la città, di considerare il territorio, di affacciarsi alle spallette e vedere il fiume. Un turista a Firenze negli anni Settanta cercava il fiume Arno per fare una foto con il panorama del Ponte Vecchio e le prospettive che la città del Giglio offre senza pudore. Chiese ad un passante come faceva ad arrivare da via Roma. “Se eri qui nel 66 l’avevi alle ginocchia” disse con l’ironia solita dei toscani, anzi dei sestesi visto che a rispondere era stato proprio un sestese che passeggiava per Firenze. Perchè nonostante acqua e fango avessero distrutto libri e case, l’ironia dei fiorentini abbracciata alla forza di ripartire sono stati la spinta per non lasciarsi andare. Con i piedi nel fango, le maniche tirate sù, la solidarietà in quei giorni è diventata il vero sostegno, l’abbraccio e il conforto per chi ha dovuto ricominciare. E questo è anche il senso della mostra: una carrellata di attimi, scatti, ricordi e sogni spezzati e poi ricomposti. (Il testo e le foto sono tratti dall’opuscolo L’alluvione a Sesto Fiorentino e nella Piana di Apice Libri, che ringraziamo).



