Economia Toscana: isole di prosperità relative in un mare di stagnazione

FIRENZE – Qualche isola di relativa prosperità in un mare di stagnazione: è questa l’immagine dell’economia toscana che emerge dallo studio Ires Toscana (curato dal ricercatore Andrea Cagioni). Negli ultimi anni aumenta il tasso di occupazione, ma diminuiscono i lavori stabili e ben retribuiti. La Toscana si è progressivamente incanalata in un modello di terziarizzazione debole, fondato […]

FIRENZE – Qualche isola di relativa prosperità in un mare di stagnazione: è questa l’immagine dell’economia toscana che emerge dallo studio Ires Toscana (curato dal ricercatore Andrea Cagioni). Negli ultimi anni aumenta il tasso di occupazione, ma diminuiscono i lavori stabili e ben retribuiti. La Toscana si è progressivamente incanalata in un modello di terziarizzazione debole, fondato su turismo, servizi a basso valore aggiunto e rendita immobiliare e finanziaria, accompagnato dalla dismissione di pezzi rilevanti di industria e manifattura. Un modello che concentra la ricchezza nel capitale e svaluta il lavoro, alimentando precarietà, lavoro povero e disuguaglianze sociali e territoriali Il quadro macroeconomico conferma questa debolezza strutturale. Dopo il rimbalzo post-pandemico, la crescita del Pil toscano si è rapidamente affievolita. Nel 2025 la crescita stimata si ferma a +0,3%, un livello anemico e inferiore alla media nazionale. Ancora più significativo il dato di lungo periodo: il PIL reale della Toscana nel 2025 è solo lievemente superiore a quello del 2007 e del 2019, a dimostrazione di uno sviluppo fermo da oltre quindici anni e di un processo di deindustrializzazione ormai evidente.

“Uno degli elementi più critici messi in luce dallo studio – spiega Cagioni – è il crollo degli investimenti. Negli ultimi cinque anni la Toscana registra una dinamica degli investimenti fissi lordi costantemente inferiore o al massimo allineata a quella nazionale, con un divario particolarmente marcato nel biennio 2022-2023. Anche per il 2025 la crescita stimata degli investimenti regionali (+0,7%) resta ben al di sotto della media italiana (+2,4%), alimentando un circolo vizioso fatto di bassa produttività, scarsi investimenti e salari deboli”. Sul fronte del lavoro, la crisi della manifattura tradizionale, in particolare moda e metalmeccanica, si manifesta con forza nell’esplosione delle ore di cassa integrazione. Nei primi nove mesi del 2025 le ore complessive di Cig aumentano del 29% rispetto al 2024, trainate dalla cassa integrazione straordinaria (+99,6%), segnale di crisi aziendali profonde e non di semplici difficoltà congiunturali. Oltre il 90% delle ore di CIG si concentra nell’industria, confermando la sofferenza strutturale dei principali comparti produttivi regionali.

Al centro dello studio Ires i salari. Nonostante una crescita salariale media reale nel settore privato stimata intorno a +1,8%, questa non consente il recupero delle quote di reddito perse negli anni recenti. Dal 2019 al 2025 l’inflazione cumulata ha eroso pesantemente il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici toscane: la perdita complessiva è pari a -5,2% nel settore privato e -7,2% nel settore pubblico. Il lavoro dipendente nei settori privati in Toscana appare inoltre sempre più attraversato da un dualismo salariale strutturale livellato complessivamente verso il basso: da un lato industria ad alta specializzazione e terziario avanzato, con salari e stabilità relativamente più elevati; dall’altro, terziario arretrato, commercio, logistica e costruzioni, che assorbono molta forza lavoro ma offrono retribuzioni medio-basse, discontinuità occupazionale e minore tutela. Una polarizzazione, in un quadro di complessivo arretramento, che contribuisce all’espansione del lavoro povero anche in settori tradizionalmente considerati “forti”. Lo studio Ires conclude che, senza un cambiamento profondo del modello di sviluppo – fondato sul rilancio della manifattura, sugli investimenti produttivi, sulla qualità del lavoro e sulla redistribuzione della ricchezza – la Toscana rischia di rimanere bloccata in una crescita senza sviluppo, incapace di garantire diritti, salari dignitosi e prospettive alle nuove generazioni.

Nel 2026 il rischio, secondo Ires, è che l’economia toscana prosegua lungo una traiettoria di stagnazione, in continuità con le tendenze strutturali già emerse nel 2025. Tra i principali fattori di rischio figurano il prolungamento della crisi manifatturiera, con un possibile aumento di cassa integrazione e licenziamenti, la crescente centralità della rendita immobiliare e finanziaria a scapito degli investimenti produttivi e le incertezze geopolitiche, che potrebbero tradursi in nuovi aumenti dei costi energetici e in un’ulteriore erosione del potere d’acquisto dei salari. In assenza di un cambio di modello di sviluppo e di politiche industriali pubbliche incisive, nel 2026 rischia di consolidarsi il modello di terziarizzazione debole, con un’ulteriore svalutazione del lavoro, in particolare di quello manifatturiero.

“Questo studio – dice Maurizio Brotini, presidente Ires Toscana – restituisce l’immagine di un’economia regionale che cresce senza svilupparsi. In Toscana aumenta l’occupazione, ma peggiorano la qualità del lavoro, la stabilità e i salari. Il modello di terziarizzazione debole che si è consolidato negli ultimi decenni ha prodotto una concentrazione della ricchezza nel capitale e una svalutazione del lavoro, con un’espansione del lavoro povero anche in settori tradizionalmente forti. Il dato forse più allarmante riguarda il crollo degli investimenti produttivi, che alimenta un circolo vizioso fatto di bassa produttività, stagnazione salariale e crisi manifatturiera. Senza un cambiamento del modello di sviluppo, che presupponga la centralità della manifattura, il rifiuto dell’economia di guerra e dell’aumento delle spese per gli armamenti, la riapertura di canali diplomatici ed economici con i Brics – specie sulla questione energetica -, il rischio è una stagnazione di lungo periodo. Siamo dentro una trasformazione che ha i caratteri della crisi”.

“I dati Ires ci dicono una cosa molto chiara: – dice Rossano Rossi, segretario generale Cgil Toscana – non basta creare occupazione se il lavoro è povero, precario e sottopagato. In Toscana i salari non hanno recuperato quanto perso negli anni dell’inflazione e il potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori resta fortemente penalizzato. Intanto crollano gli investimenti e la manifattura tradizionale è in piena crisi, mentre si continua a puntare su un modello di sviluppo che non redistribuisce ricchezza. Il Governo deve capire che servono politiche industriali vere, investimenti, contrattazione e qualità del lavoro. Gli imprenditori investano e non puntino sulla rendita. Senza una svolta, rischiamo di lasciare indietro intere generazioni. Noi non vogliamo questo e continueremo a mobilitarci”.