CALENZANO – Ci sono voluti anni di tribunali, tre gradi di giudizio e una sentenza della Corte Suprema di Cassazione per dire ciò che era già scritto nella legge: un cittadino di Calenzano aveva diritto all’esenzione Imu sulla sua abitazione principale. Il Comune, invece, ha preferito andare a fondo. La vicenda ebbe inizio con un esposto anonimo con cui veniva fatta una segnalazione al Comune in base alla quale un residente, iscritto all’anagrafe di Calenzano dal 2011, non avrebbe davvero abitato nell’immobile per cui usufruiva dell’esenzione Imu come prima casa. Il Comune raccolse la segnalazione e avviò un’istruttoria insieme alla Polizia municipale.
Gli elementi raccolti, però, si sono rivelati esili. L’unico concreto a carico del cittadino era che, per un periodo di circa dieci mesi, aveva svolto attività lavorativa presso un Comune distante un centinaio di chilometri da Calenzano. Nient’altro. Da questo unico fatto l’amministrazione comunale ritenne che il residente non abitasse più nella sua casa di Calenzano e procedette di conseguenza. Le conseguenze, però, sono state tutt’altro che lievi per il cittadino coinvolto: il
Comune gli ha contestato cinque anni di Imu non versata, dal 2015 al 2019, reclamando il pagamento dell’imposta sulla sua stessa abitazione principale. Cinque anni di accertamenti, notificati tutti insieme nel luglio 2020, costruiti sulla base di un’istruttoria che i giudici, a tutti i livelli, avrebbero poi giudicato inconsistente.
La Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, già in primo grado, aveva giudicato queste risultanze “eccessivamente generiche e non idonee” a smentire la tesi del contribuente. Il cittadino, infatti, aveva spiegato di fare ritorno a casa almeno una volta la settimana, mantenendo lì il fulcro della propria vita affettiva e sociale. Elementi che l’amministrazione comunale aveva completamente ignorato. Nonostante la sconfitta in primo grado, il Comune di Calenzano decide quindi di fare appello, ma la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Toscana conferma: gli elementi di prova forniti dall’ente sono “insufficienti” e “contraddittori”. L’amministrazione, si legge nella sentenza, aveva fondato le proprie valutazioni su un “mero dato aritmetico/temporale” cioè il numero di giorni trascorsi altrove per ragioni di lavoro senza considerare nulla di ciò che conta davvero per definire una “dimora abituale”, ovvero le abitudini di vita, le relazioni affettive, i legami sociali, le esigenze personali.
Il concetto di abitazione principale, ricorda la Cassazione citando una giurisprudenza consolidata, non si misura con il cronometro. Richiede una valutazione complessiva, che il Comune non ha mai fatto. A questo punto, l’amministrazione comunale decide di ricorrere in Cassazione. Il risultato? La Corte Suprema rigetta il ricorso comunale, lo dichiara infondato su entrambi i motivi e condanna il Comune al pagamento del doppio del contributo unificato, la sanzione prevista per i ricorsi temerari o manifestamente infondati. Anni di giudizi, parcelle di avvocati (il Comune era assistito da quattro legali), spese processuali: tutto a carico delle casse pubbliche. Ovvero, dei cittadini di Calenzano.
