“Il libro del rifugio” – Da Signa a Brescia per combattere il virus. “Ma non chiamatemi eroe”

SIGNA – Quasi un’ora di videochiamata per racchiudere e raccontare le tre settimane passate in prima linea all’ospedale di Esine, in provincia di Brescia. Però, al pari dei suoi colleghi, non vuole essere definito un “eroe” ma “una persona che lavora con diligenza e che è testimone di un evento che sta accadendo”. Il Covid-19 […]

SIGNA – Quasi un’ora di videochiamata per racchiudere e raccontare le tre settimane passate in prima linea all’ospedale di Esine, in provincia di Brescia. Però, al pari dei suoi colleghi, non vuole essere definito un “eroe” ma “una persona che lavora con diligenza e che è testimone di un evento che sta accadendo”. Il Covid-19 in prima persona, la lotta al virus me la racconta Abukar Aweis Mohamed, signese a tutti gli effetti, infermiere a Villa Donatello, settore cardiologia e formazione, dove è responsabile dell’emergenza e della formazione interna, da poco rientrato dalla Val Camonica, dove invece ha fatto parte del secondo contingente della “Task force” che ha operato nelle zone più critiche fra quelle colpite dal virus. Un “esercito” civile, formato da 500 infermieri, che ha partecipato a un bando al quale avevano risposto in oltre 10.000. La conferma che quando c’è una specializzazione, quando c’è l’esperienza e quando c’è la voglia di mettersi a disposizione, poi le risposte arrivano. E così dal 10 al 30 aprile Abukar ha vissuto in presa diretta il momento massimo dell’emergenza sanitaria, lontano da casa, da moglie e figli: “Non sono mancate le sofferenze ma umanamente è stata un’esperienza che mi ha arricchito tanto”. E quando parla, da come gli si illuminano gli occhi, si capisce che sarebbe pronto a “riavvolgere il nastro”. Anche subito. Dalla prima telefonata, all’inizio di aprile, quando sembrava dovesse partire con il primo contingente, al viaggio di ritorno in treno, insieme ad Andrea, fiorentino anche lui, infermiere del 118. Un’esperienza che Abukar ha condiviso anche con Nada (proveniente da Viareggio), Antonio (Roma) e Roberta (Latina), nel senso che per tre settimane hanno vissuto insieme a Breno, a 6 chilometri di distanza dall’ospedale, in un appartamento messo loro a disposizione dalla Protezione civile. Cinque infermieri, cinque persone normali (il secondo contingente era formato da un centinaio di sanitari) che hanno toccato con mano quello che noi abbiamo letto sui giornali o visto in televisione. “In Toscana – racconta – tutto sommato siamo stati fortunati, non ci rendiamo conto della realtà e di quello che è successo da altre parti”. In un reparto che ospitava 35 pazienti e dove bisognava prestare attenzione a loro ma anche a se stessi. “Non è stato facile ma la grande organizzazione, anche della Protezione civile, ci ha permesso di superare tutte le difficoltà che di volta in volta si presentavano”. Organizzazione già “intravista” a Roma, dove c’è stato un primo incontro di “formazione”, prima della partenza dall’aeroporto militare di Pratica di Mare. Per dirigersi a Bergamo e poi a Brescia. Solo lì, in pratica, ha saputo quale sarebbe stata la sua destinazione. Da lì, da Esine, avrebbe provato “gioia e tristezza” tre settimane dopo, al momento di venire via. Ricordando con emozione, solo per fare un esempio, i saluti fatti grazie ai Tablet disponibili in corsia, dai pazienti ricoverati ai familiari a casa. Ripetendo con forza: “Non chiamateci eroi”.

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