L’intervento: “Il fenomeno dei maltrattamenti in famiglia è purtroppo molto frequente e talvolta sottostimato”

CAMPI BISENZIO – Da un’indagine del 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, emerge che la forma di maltrattamento più frequente è il Neglet (trascuratezza) subito dal 37% dei minori, seguito dalla violenza assistita nel 34%. Violenza psicologica e maltrattamento fisico invece, incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffuse risultano le patologie delle […]

CAMPI BISENZIO – Da un’indagine del 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, emerge che la forma di maltrattamento più frequente è il Neglet (trascuratezza) subito dal 37% dei minori, seguito dalla violenza assistita nel 34%. Violenza psicologica e maltrattamento fisico invece, incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffuse risultano le patologie delle cure (4%) e l’abuso sessuale (2%). Il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine, con alcune differenze evidenziate. Un dato balza all’occhio. Nell’ 87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia ristretta, senza differenze a livello territoriale. Nell’immaginario collettivo, si pensa alla famiglia come una “base sicura”, un luogo di amore e di protezione da cui poter attingere risorse e rifugiarsi. Un luogo che ti prepara ad affrontare il mondo con la sicurezza che deriva dall’ aver sperimentato un legame di attaccamento sicuro. E così il bambino che diventerà uomo, potrà percepire il mondo come un luogo da poter esplorare con la sufficiente sicurezza di base. Potrà costruire relazioni affettive sane, stabili e coerenti, perché ha sperimentato nell’ infanzia un attaccamento sicuro.

Al contrario, le vittime di abuso (fisico, psicologico, violenza assistita, violenza sessuale…), sperimentano in età adulta, legami di attaccamento insicuri e disorganizzati. Percepiscono il mondo come pericoloso e con esso le relazioni affettive, da cui fuggono, attaccano o ne sono dipendenti, sviluppando disturbi post-traumatici da stress, disturbi di personalità, condotte auto o etero aggressive, insicurezze profonde, depressione, disturbi alimentari e talvolta il suicidio. I maltrattamenti in famiglia, non sono solo quelli legati alla violenza sul piano fisico ma anche quelli caratterizzati dalla violenza psicologica e/o dalla trascuratezza, ipercura e abbandono. Tali forme di abuso, inquinano allo stesso modo la possibilità di una armonica crescita e hanno identici effetti devastanti, non solo gli abusi familiari che ledono l’integrità fisica ma anche tutte quelle forme di subdola coercizione familiare che producono gravi sofferenze psicologiche nel minore, nonché tutte quelle diffusissime forme di trascuratezza materiale o affettiva che negano al bambino il soddisfacimento dei suoi fondamentali bisogni primari.

La famiglia mal-trattante non è soltanto la famiglia autoritaria e dispotica che agisce violenza fisica, né è solo la famiglia che utilizza strumentalmente il bambino per finalità economiche (dispute tra genitori in separazione violenta o conflittuale). È altresì famiglia abusante anche la famiglia totalmente assente nella vita reale del bambino, quella che abdica a ogni funzione educativa. Può essere abusante anche la famiglia che, per un presunto rispetto della libertà del bambino o per un sostanziale disinteresse nei suoi confronti, lo lascia solo ad esplorare una vita che è per lui indecifrabile nei suoi complessi misteri, oppure quella che per iperprotezionismo impedisce al bambino di fare esperienze significative e strutturanti perché tutto è pericolo; quella ripiegata narcisisticamente su se stessa e quindi portata a svalutare ogni realtà fuori di sé e a inculcare nel figlio l’idea che il mondo, tutto il mondo, è ostile e negativo e che solo il proprio modello familiare è valido e da seguire.

È famiglia abusante anche quella che attraverso il ricatto della riconoscenza, per l’amore dato e i sacrifici compiuti, ingloba il ragazzo in una soffocante rete di relazioni in cui non l’amore liberante è presente ma solo un amore possessivo e distruggente, una simbiosi che non lascia spazio. Mentre è possibile individuare i casi di maltrattamento fisico diviene assai più difficile identificare i casi di maltrattamento psicologico o di incuria. Solo una attenta osservazione del bambino e delle sue difficoltà relazionali può essere rivelatrice di gravi insufficienze familiari. Ma è bene anche avere la consapevolezza che neppure i maltrattamenti fisici emergono con chiarezza talvolta, perché è forte l’omertà tra i genitori ed è difficile che per tutelare il bambino si rinunci, attraverso la denuncia dell’abuso, a mantenere il rapporto di coppia che si ritiene “soddisfacente”, perché difficilmente il bambino rivela l’ abuso in quanto, malgrado tutto, il genitore maltrattante costituisce un punto di sicurezza che non può essere abbandonato, perché inoltre il bambino è portato a giustificare chi lo maltratta anche addossandosi colpe che non ha.

Perché la più generale omertà tra adulti porta anche chi non fa parte della famiglia a tacere, anche per evitare reazioni da chi si percepisce violento e quindi pericoloso, perché non sempre i professionisti che sono a contatto con i minori (i medici, gli insegnanti) sanno percepire i segni, anche eloquenti, dell’abuso. E poi ci sono storie di adultizzazione precoce, come nel caso in questione (quello del bambino di Catania di 10 anni, picchiato dal patrigno con un cucchiaio di legno imponendogli di chiamarlo “padrone” con tanto di video inserito dallo stesso minore in rete, n.d.r.). Storie in cui l’allarme viene lanciato in rete, in un tentativo disperato di essere salvato da qualcuno che potrà vedere l’inferno vissuto dentro casa. Un bambino di 10 anni che ha dovuto diventare “genitore di sé stesso” perché gli mancavano purtroppo tutti i riferimenti affettivi di stabilità e protezione emotiva. Si è protetto da solo, inserendo il video in rete dal cellulare del nonno.
Il video choc sembra essere stato ripreso da una delle sorelline (vittime anche esse di violenza assistita).

In tutto questo scenario non c’ è solo l'” uomo” violento e abusante. Faremo un grande errore a considerare solo il patrigno il mal-trattante. Esiste la compiacenza della madre che assiste senza fare niente ai maltrattamenti, esponendo anche gli altri minori a questo scenario di violenza reiterata. Una donna che sceglie di avere accanto un uomo violento. Sono le “madri tossiche”, quelle con il latte velenoso, che invece di nutrire avvelenano. Una madre che collude (come spesso accade negli abusi) e che crea un terreno facilitante le condotte di violenza. Una perversione di coppia pericolosa che assume caratteristiche criminali. Esiste quindi una “coppia abusante”. Ed è anche su questo aspetto che il bambino dovrà fare i conti nel suo percorso di vita. Non solo rispetto all’identificazione maschile maltrattante, ma anche verso un femminile assente e non protettivo. Come psicoterapeuta e criminologa forense auspico che questo bambino venga attentamente seguito e sostenuto in un percorso di psicoterapia, così come le sue sorelle, vittime di violenza assistita, silenziose custodi dei segreti di famiglia. A questo piccolo grande uomo, che ha mostrato e dimostrato grandi capacità di maturazione, ed un grande istinto di sopravvivenza, auguro di poter trovare finalmente il suo luogo sicuro, un luogo in cui possa permettersi di essere bambino, cosi come anche alle sue sorelline. Un luogo chiamato “casa”, un luogo chiamato “famiglia sana”.

Daniela Pancani
Psicoterapeuta e criminologa forense
Master internazionale costellazioni familiari