“Odore di chiuso” al Teatrodante Carlo Monni senza “giallo” e senza Malvaldi

CAMPI BISENZIO – “Odore di chiuso” è uno dei libri migliori di Marco Malvaldi. Qui non ci sono i vecchietti detective dei nostri giorni in una Pineta immaginaria, ma Pellegrino Artusi che invece di dedicarsi alla cucina si trova a dover risolvere un delitto. “Odore di chiuso” sul palco del Teatrodante Carlo Monni, andato in […]

CAMPI BISENZIO – “Odore di chiuso” è uno dei libri migliori di Marco Malvaldi. Qui non ci sono i vecchietti detective dei nostri giorni in una Pineta immaginaria, ma Pellegrino Artusi che invece di dedicarsi alla cucina si trova a dover risolvere un delitto. “Odore di chiuso” sul palco del Teatrodante Carlo Monni, andato in scena il 24 gennaio con la regia di Andrea Bruno Savelli, ha ben poco a che vedere con il romanzo di Malvaldi, se non l’ambientazione della vicenda (un castello in Maremma), Pellegrino Artusi (interpretato da un bravissimo Andrea Kaemnerle) e qualche altro personaggio della famiglia del barone Romualdo Bonaiuti (un perfetto Amerigo Fontani come bravi anche Pietro Venè, Raffaella Afeltra e Filippo Rak, poco sopra le righe Diletta Oculisti, in scena anche Sergio Forconi e lo stesso Andrea Bruno Savelli), ma il resto no. Manca tutto: dall’ironia, alle atmosfere e soprattutto manca il giallo, la trama poliziesca, raccontata in modo divertente da Malvandi giocando con il lettore con un delitto della “camera chiusa”, qui diventa un incidente di percorso, e lo spettatore che non conosce il testo dello scrittore pisano può cadere nell’inganno che quello sia “Odore di chiuso”. Lo spettacolo, con un testo in affanno e senza ritmo, tende la mano al vernacolo con tentativi di suscitare la risata “facile” dello spettatore, ma che appaiono come toppe sui gomiti di una maglia consumata. Il “fatto” giallo, il delitto della “camera chiusa” appare un elemento secondario, un’occasione persa per mettere sul palco proprio la “scena del crimine” come dicono in molti e giocare e far partecipare lo spettatore ad un “cluedo maremmano”. Incomprensibile la parte iniziale dove Artusi (ma quante volte viene evocato da Cecilia e dall’immaginaria signorina!) spiega che “Odore di chiuso” è tratto (molto molto liberamente) dal libro di Malvaldi, non è seguita da un finale: ci sarebbe piaciuto che Artusi chiudesse come ha aperto la messa in scena. E invece la scelta è stata quella di “buttarla in battute” a volte anche un po’ volgari. Lo spettatore, arrivato con fatica alla fine, si chiede ma cosa c’entra la canzone “Luna” di Gianni Togni? Resteremo con questo dubbio.