Griffe e committenti, la vittoria dei lavoratori dell’ex pelletteria Serena. Per dire no allo sfruttamento

PRATO – Una storia di sfruttamento, che si conclude con la condanna della titolare cinese dell’ex pelletteria Serena di Poggio a Caiano e con la piena soddisfazione dei lavoratori, tutti migranti, originari della Costa d’Avorio e del Mali, che si sono rivolti alla Filctem Cgil per denunciare il datore di lavoro. Una storia anche drammatica […]

PRATO – Una storia di sfruttamento, che si conclude con la condanna della titolare cinese dell’ex pelletteria Serena di Poggio a Caiano e con la piena soddisfazione dei lavoratori, tutti migranti, originari della Costa d’Avorio e del Mali, che si sono rivolti alla Filctem Cgil per denunciare il datore di lavoro. Una storia anche drammatica nei racconti dei suoi protagonisti, Pofana Mossa e Kouakou Kouadio, che l’hanno raccontata insieme a Juri Meneghetti, segretario generale Filctem Cgil Prato e Pistoia, e Daniele Gioffredi, segretario generale Cgil Prato Pistoia. Tutto inizia nel marzo 2017, quando Pofana Mossa, 33 anni, che in Costa d’Avorio ha moglie e due figli, e il suo compagno, Kouakou Kouadio, 44 anni, si rivolgono alla ex pelletteria Serena. Racconta Mossa: “Avevamo bisogno di lavorare, per mandare soldi a casa”.

Lavoro duro: “Quindici ore al giorno, tutti i giorni, per 750 euro.  E se chiedevi, come abbiamo fatto, qualcosa in più, niente, come niente ferie, nessun riconoscimento dei periodi, che pure ero riuscito a prendermi, per tornare in Africa. La risposta era: “Se non si lavora, nessuna paga”. Ci scappavano anche le botte. Dice Kouakou Kouadio: “Sono stato colpito, con una cintura”. A un certo punto i due lavoratori e un altro loro compagno si sono rivolti alla Cgil, hanno trovato la forza di denunciare: “Non sapevamo come era il lavoro in Italia, non sapevamo che c’era il sindacato”. Da lì è iniziata un’altra storia, un procedimento legale, assistiti dalla Cgil e dall’avvocato Alessandro Gattai, che ha portato nel 2021 alla condanna per sfruttamento lavorativo della titolare della ex pelletteria, che fabbricava costose borse per un grande marchio della moda. “Non ci siamo fermati qui – dice Meneghetti – perché i lavoratori avevano da recuperare spettanze loro dovute”. E allora, Cgil e avvocato Gattai, hanno portato avanti il procedimento per risalire la filiera: prima con un’impresa committente di Bologna, “che ha saldato la parte loro spettante”, poi con l’impresa “madre”, un gruppo svizzero, che a sua volta aveva subappaltato la committenza all’impresa italiana, nel frattempo rilevata dal gruppo Florence, “con cui c’è stato un accordo per accollarsi tutto quanto spettava ai lavoratori”. Non solo: anche l’Inps è stata della partita e ha recuperato quello che doveva recuperare: “Un’assoluta novità, – aggiunge Meneghetti – le leggi ci sono, basta applicarle. Bisognerebbe fare di Prato la punta avanzata della lotta allo sfruttamento”.

Lo dice anche il segretario generale della Cgil Prato Pistoia Gioffredi: “Se fosse passato lo “scudo penale” del governo, questi lavoratori non avrebbero ricevuto soddisfazione. Come sindacati abbiamo avanzato proposte, lanciato il progetto “Legalità Prato”. I lavoratori che denunciano, come più volte ha detto il procuratore Tescaroli, vanno protetti. Non è solo questione di sfruttamento, ma di percorsi fatti di altro lavoro, di abitazioni, di tutele”. Ma Gioffredi, che annuncia anche la prossima apertura alla Camera del Lavoro di Prato di un “Ufficio immigrati”, va più in là, citando numeri: Prato ha 2.387 imprese nel tessile “tradizionale” e 4.875 nel settore moda, quest’ultime il 91% a conduzione cinese, con un tasso di disoccupazione del 2,5% rispetto al 4 regionale e 6 italiano e salari, nel manifatturiero, di 19.207 euro, contro i 20.198 della media regionale e i 23.188 della media italiana. “E’ evidente dove sta il problema – sottolinea Gioffredi –. I contratti si fanno, ma molto è part time involontario e molti sono di poche ore. E’ un fenomeno assolutamente da debellare, per salvaguardare le sorti del nostro manifatturiero”. “Sono tanti – chiude Meneghetti – i lavoratori che si rivolgono alle nostre strutture. Questa volta la vicenda si è conclusa bene”.