Kenta Suzuki in Italia sui social spiega la cultura giapponese fuori dai luoghi comuni

SESTO FIORENTINO – Kenta Suzuki è nato in Giappone, originario di Atami(Prefettura di Shizuoka), 43 anni fa. In Italia è arrivato quando aveva 16 anni ed è diventato un divulgatore culturale della cultura e tradizione giapponese. Attraverso i suoi canali social, eventi pubblici, conferenze e viaggio culturali Suzuki racconta la cultura giapponese al pubblico italiano, “cercando […]


SESTO FIORENTINO – Kenta Suzuki è nato in Giappone, originario di Atami(Prefettura di Shizuoka), 43 anni fa. In Italia è arrivato quando aveva 16 anni ed è diventato un divulgatore culturale della cultura e tradizione giapponese. Attraverso i suoi canali social, eventi pubblici, conferenze e viaggio culturali Suzuki racconta la cultura giapponese al pubblico italiano, “cercando – dice – di andare oltre gli stereotipi e spiegare il Giappone come un modo diverso di vedere il mondo”. La sua base è Roma, ma proprio per la sua attività viaggia in tutta Italia. 

Kenta Suzuki, lei è giapponese e da tempo vive in Italia per promuovere la cultura del suo Paese. Come mai questa scelta? Quanti anni fa è iniziata?

Sono arrivato in Italia quando avevo 16 anni, quindi vivo qui da oltre venticinque anni. All’inizio non ero venuto con l’idea di diventare un divulgatore della cultura giapponese. È stato un percorso nato nel tempo, vivendo tra due culture e lavorando anche come interprete da oltre 10 anni. A un certo punto mi sono reso conto che molte persone in Italia amavano il Giappone, ma spesso lo conoscevano attraverso immagini molto parziali: manga, anime, sushi, tecnologia, samurai, geisha. Tutte cose importanti, o comunque presenti nell’immaginario comune, ma il Giappone è molto più profondo di così. Ho sentito quindi il desiderio di raccontare non solo “cosa fanno i giapponesi”, ma anche come i giapponesi vedono il mondo: la loro sensibilità, il loro modo di vivere le relazioni, la natura, il rispetto, il gruppo, il silenzio, la bellezza. Ci sono stati poi due momenti molto importanti che mi hanno spinto in questa direzione. Il primo è stato un periodo difficile della mia vita, legato a due arresti cardiaci che mi hanno fatto rischiare di morire e che mi hanno portato a interrogarmi profondamente sul senso della vita e sul mio ikigai(ragione di vita o ragione per cui svegliarsi ogni mattina). Il secondo è stato il lockdown, periodo in cui i miei contenuti hanno iniziato a raggiungere sempre più persone. Da lì è iniziato il mio lavoro di divulgazione culturale sui social.

Come è stata accolta in Italia la sua proposta?

Con grande curiosità e affetto. Credo che in Italia ci sia un amore molto sincero verso il Giappone, ma anche una forte voglia di andare oltre gli stereotipi. Questa curiosità, secondo me, nasce anche dal fatto che l’Italia è un Paese con una storia e una cultura profondissime. Chi appartiene a una cultura così ricca spesso ha anche gli strumenti per comprendere la profondità di un’altra cultura. Molte persone mi scrivono dicendo che attraverso i miei contenuti non scoprono solo curiosità sul Giappone, ma anche un modo diverso di guardare la vita quotidiana: il rapporto con gli altri, il rispetto, il silenzio, l’educazione, la bellezza, il senso della propria vita. Questo mi colpisce molto, perché significa che la cultura giapponese può diventare uno specchio: non serve solo a conoscere un altro Paese, ma anche a riflettere sul proprio.

Ci può spiegare a grandi linee in cosa consiste la promozione della cultura giapponese?

Prima di tutto, mi piace dire che io non “promuovo” il Giappone nel senso turistico o pubblicitario del termine. Cerco piuttosto di offrire uno sguardo giapponese attraverso cui osservare il Giappone. Per me condividere la cultura giapponese non significa dire che il Giappone è perfetto. Anzi, cerco sempre di evitare l’idealizzazione. Significa spiegare il contesto dietro ai gesti, alle parole, alle tradizioni e ai modi di pensare. Per esempio, perché in Giappone si dà tanta importanza all’armonia del gruppo, perché si tende a non disturbare gli altri, perché il rispetto passa spesso anche dalla forma, dai dettagli, dal modo in cui si parla o ci si comporta. In poche parole, il Giappone ha una concezione del rispetto diversa da quella italiana. Quindi, la mia divulgazione culturale si basa principalmente sulla condivisione del punto di partenza dal quale poter osservare le espressioni culturali, sociali, antropologiche e psicologiche dei giapponesi, piuttosto che partire soltanto dal risultato visibile. Per esempio, non mi interessa raccontare semplicemente che i tifosi giapponesi puliscono lo stadio dopo una partita di calcio, che sui treni si fa silenzio, che le file vengono rispettate, oppure parlare solo di pressione sociale o pressione dei pari. Mi interessa spiegare da quale visione del mondo nascono questi comportamenti e queste dinamiche. A livello pratico lavorativo, mi occupo di cultura giapponese attraverso, oltre ai social,  eventi, conferenze, collaborazioni e viaggi culturali in Giappone. Cerco di raccontare tradizioni, storia, filosofia, società contemporanea, estetica, artigianato, cibo, relazioni sociali e modi di pensare.

Quali sono le principali differenze tra i due Paesi dal punto di vista culturale e quali sono, se ci sono, i punti di contatto?

Una grande differenza è il rapporto tra individuo e gruppo. In Italia l’espressione individuale è molto importante: dire ciò che si pensa, mostrare le emozioni, affermare la propria personalità. In Giappone, invece, spesso si dà più peso al contesto, alla relazione, all’equilibrio del gruppo e al non creare disagio agli altri. Anche la comunicazione è diversa. In Italia si tende a esprimere in modo più esplicito. In Giappone, invece, il non detto, il tono, il silenzio e la situazione hanno spesso un peso molto grande. Tuttavia, credo che le differenze riguardino soprattutto i modi attraverso cui si esprimono la cultura, l’amore, l’affetto e il rispetto. Le forme cambiano, ma alcune essenze sono molto simili. Italia e Giappone condividono un forte senso dell’umanità, della tradizione, dell’artigianato, del cibo, della bellezza e della memoria. Entrambi hanno un rapporto profondo con il territorio e con le differenze locali. Da questo punto di vista, secondo me, italiani e giapponesi possono capirsi molto più di quanto sembri.

Cosa apprezza dell’Italia?

Apprezzo molto il calore umano. In Italia ho imparato l’importanza della parola, del confronto, della convivialità e della capacità di creare relazione anche in modo spontaneo. Apprezzo anche il rapporto degli italiani con la bellezza. In Italia la storia non è chiusa nei musei: spesso è nelle strade, nelle piazze, nei paesi, nel modo di mangiare, di parlare, di vivere. E poi apprezzo una cosa che per me, da giapponese, è stata molto importante: in Italia ho imparato a esprimere di più l’affetto e l’amore verso le persone care.

E cosa, invece, ritiene negativo del nostro Paese?

Naturalmente lo dico con grande affetto, perché l’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere. La cosa che mi dispiace di più è che gli italiani a volte sembrano non rendersi conto fino in fondo del valore immenso del proprio Paese. L’Italia ha una ricchezza culturale, storica, artistica, artigianale, gastronomica e umana straordinaria, e anche una biodiversità unica al mondo. Eppure, spesso, tutto questo viene dato per scontato. Da straniero che vive qui da tanti anni, a volte ho l’impressione che l’Italia venga amata moltissimo dagli altri, ma non sempre abbastanza dagli italiani stessi.

Se dovesse descrivere in tre parole la cultura del Giappone quali termini userebbe?

Armonia, 改善 kaizen, rispetto. Armonia, perché in Giappone il rapporto con gli altri e con il contesto è fondamentale. Non a caso, l’idea di armonia è presente già nel celebre principio “wa wo motte tōtoshi to nasu”, spesso tradotto come “l’armonia è da considerarsi preziosa”, attribuito alla Costituzione dei 17 articoli del 604.

改善, kaizen, significa “cambiare in meglio” o “miglioramento continuo”. È un concetto ormai conosciuto in tutto il mondo, soprattutto in ambito aziendale, ma secondo me racconta anche una sensibilità molto giapponese: l’idea che ogni cosa possa essere migliorata poco alla volta, con disciplina, attenzione ai dettagli e umiltà.

Questa visione del migliorarsi continuamente spiega anche l’umiltà e la capacità del popolo giapponese di riconoscere i propri limiti, per poi lavorare costantemente per superarli.

Rispetto, perché per comprendere la cultura giapponese è fondamentale considerare anche la visione antica del mondo dei giapponesi, legata allo shintoismo. In questa visione, la natura non è qualcosa da dominare, ma qualcosa di immenso davanti a cui l’uomo deve riconoscere il proprio limite.

Da qui nasce anche un’espressione profonda del rispetto: riconoscere l’immensità della natura, immergersi in essa con rispetto e non pretendere sempre di modificarla o dominarla. Un popolo e una cultura che si sono sviluppati anche sulla base di questo pensiero non potevano non attribuire al rispetto un ruolo fondamentale nella società giapponese.