CAMPI BISENZIO – “Il lavoro tradito: deindustrializzazione e terziarizzazione debole trascinano verso il basso i redditi medi dei cittadini toscani. Quello a cui stiamo assistendo è un lungo e costante declino”: l’analisi di Maurizio Brotini, presidente di Ires Toscana.
Il Sole24Ore di domenica scorsa ha pubblicato due interessanti tabelle relative alle variazioni per l’arco temporale 2015-2024 delle medie nelle dichiarazioni dei redditi che riguardano le varie Regioni italiane e le loro province. Se la Toscana con una media di 25.170 euro è ancora – seppur di poco – superiore alla media nazionale di 24.890 (e considerando che in una fase di polarizzazione sociale la media è indicatore fallace) quel che dovrebbe preoccupare è il quintultimo posto nella percentuale di crescita del reddito medio, pari a una variazione reale solo del 3,3%. Quello a cui stiamo assistendo è un lungo e costante declino.
Considerato che lavoratori dipendenti e pensionati sono una percentuale assai rilevante dei dichiaranti, questi dati ci dicono molto anche rispetto alle trasformazioni qualitative del lavoro, dipendente e non solo (ci dice molto infatti anche delle situazioni reddituali di parte importante delle pubbliche imprese, e del lavoro autonomo, oltre alle condizioni delle pensioni da lavoro che non potranno che peggiorare vista la piena applicazione del metodo contributivo). All’interno della corsa al ribasso per Pil e delle dichiarazioni medie dei redditi della Toscana interessanti – e preoccupanti – anche i dati provinciali per lo stesso periodo 2015-2024: la peggiore è Livorno, con una crescita netta solo dell’1,8%, occupante la 9 posizione dal basso rispetto al dato di tutte le province italiane; seconde Massa-Carrara e Firenze, 2,2% e 15 posizione a pari merito; Prato 3,1% e 27 posizione; Pisa 3,4% e 31 posizione; Grosseto e Siena, 4,1% e 45 posizione pari merito; Lucca e Pistoia 4,3% e 51 posizione pari merito; Arezzo è l’unica provincia della prima colonna col 6,1% di crescita e 42 posizione dall’alto.
C’entrerà qualcosa la terziarizzazione debole ed il primato della rendita che sta caratterizzando da tempo la Toscana? Nel 1994 in Toscana le Unità di lavoro (Ula) dell’industria erano pari a quelle dei servizi, nel 2024 – fatti salvi i settori pubblici – la composizione delle Ula per settore era la seguente: 71,5% servizi, 6,5% costruzioni, 3,7% agricoltura e solo 18,3% industria.
Nel 2023 una elaborazione Istat su dati Eurostat sul posizionamento delle Regioni d’Europa in base al PIL pro capite nell’arco temporale 2000-2021 vedeva scivolare la Toscana dalla 51a alla 99a posizione su 215 realtà oggetto del censimento, con un arretramento tra le Regioni italiane inferiore solo all’Umbria. Come evidenziato dalle ricerche dell’Istat sul benessere equo e sostenibile dei territori riferito alla Toscana, il livello ancora tra i più avanzati di qualità della vita riscontrabile è da attribuirsi alle capacità di governo riformatore che ha caratterizzato la “Toscana rossa”, laboratorio di pratiche di estensione del welfare di rilevanza nazionale intese a costruire un modello sociale alternativo alla sola polarizzazione nord-sud.
Ben poco rileva il grande trascorso del passato, sia esso l’Umanesimo dei Comuni e delle Città marinare, l’esperienza medicea o il riformismo leopoldino. Oltre al declino dell’Italia industriale, in un’Europa segnata da austerità e neoliberismo, le dinamiche di marginalizzazione progressiva della Toscana sono segnate anche dal venir meno di quella forza politica, il Pci, che di quell’esperienza aveva cercato di fare un modello alternativo alle politiche economiche e sociali della Democrazia Cristiana. Nel tratteggiare le linee di sviluppo del modello economico e sociale della Toscana di oggi, possiamo fare riferimento a uno degli esiti possibili indicati nel saggio di Arnaldo Bagnasco, nel volume dedicato alla Toscana nella Storia d’Italia pubblicato da Einaudi nel 1986. Bagnasco metteva in guardia dal rischio che il sistema economico e sociale della Toscana, invece di imboccare un nuovo sentiero di crescita per il sistema manifatturiero, avrebbe potuto “adattarsi a equilibri di basso profilo”. Se l’industria intermedia non si fosse consolidata e non fosse cresciuta l’organizzazione regionale di quella tradizionale, sarebbero pur restate “l’artigiano, il turismo, la cultura dei musei e una certa industrializzazione diffusa più ancorata all’esterno (e da interessi esterni dipendente)”, cioè alle esportazioni e alla subfornitura. Se è pur vero che non si è comunque delineato un collasso, quello raggiunto a distanza di quarant’anni può purtroppo ben definirsi “un equilibrio di basso profilo”.
Nel rapporto Focus Economia e Lavoro 2025-2026 Ires Toscana ha tratteggiato i tratti salienti del modello di terziarizzazione debole che qualifica sul lungo periodo le trasformazioni dell’assetto produttivo e dei sistemi di lavoro sul territorio regionale. Con terziarizzazione debole Ires Toscana definisce un modello di sviluppo in cui la contrazione dell’occupazione industriale qualificata viene compensata – solo in parte e con esiti problematici – dall’espansione del terziario a basso valore aggiunto, accompagnata da un aumento della rendita finanziaria e immobiliare e da una crescente polarizzazione salariale.
Nel processo di transizione iniziato nella prima metà degli anni ’90, alla diminuzione di occupati nell’industria e nella manifattura è corrisposta l’espansione di forza-lavoro in comparti, specie nel terziario arretrato, caratterizzati da precarietà, discontinuità contrattuale e una dinamica salariale debole. In definitiva, nella terziarizzazione debole la ricchezza si concentra nel capitale (rendita, profitti finanziari), mentre il lavoro viene svalutato, con conseguente aumento della quota di lavoratori e lavoratrici poveri e delle disuguaglianze territoriali e sociali.
Maurizio Brotini, presidente Ires Toscana
